Le recenti polemiche riguardanti l'articolo 18 tra sindacati, Confindustria e Governo ci fanno, ancora una volta, rimpiangere i bei tempi andati. Non è semplice nostalgismo il nostro. E' palese, capitandoci di rileggere oggi le tesi di Ugo Spirito sulla “corporazione proprietaria”, proposte al Convegno di Studi sindacali e corporativi del 1932 a Ferrara, constatare come allora si cercasse, quantomeno, di elaborare teorie economiche alternative, in grado di fornire alla società i mezzi necessari per sperare in un futuro migliore. Non semplici tagli agli ammortizzatori sociali, flessibilità del lavoro o “più tasse per tutti”.
La “corporazione proprietaria” consisteva nel passaggio del capitale dagli azionisti ai lavoratori. Essi sarebbero diventati proprietari della corporazione per la parte loro spettante, in conformità dei particolari gradi gerarchici. In questo modo si sarebbe progressivamente eliminato il conflitto tra datore di lavoro e lavoratore: entrambe le figure coinciderebbero con il vantaggio immediato di avere un reale interesse, da ambo due le parti, per il rendimento del proprio lavoro, in quanto questo si convertirebbe immediatamente in un aumento di reddito. Conciliazione quindi, comproprietà. Non più residui “classistici”. Stato organico, non burocrate e controllore, ma realtà stessa della corporazione, essendo quest'ultima connessa all'organismo statale attraverso il Consiglio nazionale delle corporazioni.
Tematiche incomprensibili per un “bocconiano” doc come il professor Monti e compagnia bella, purtroppo.
Idee in Movimento
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