martedì 6 marzo 2012

RECENSIONE DEL DOCU-FILM "INSIDE JOB"

Charles Ferguson, Sony Pictures Classics, 2010.


“Inside job” è un “docu-film” che racconta della crisi economica del 2008-2010. Ha il pregio di costituire un utile mezzo per comprendere quei meccanismi che hanno portato alla creazione, e alla relativa esplosione, della bolla speculativa legata al mercato immobiliare statunitense ed ai mutui subprime. Fin dagli anni ’70, il settore finanziario americano, è stato soggetto ad una costante deregolamentazione che ha portato, da una parte, ad una concentrazione spaventosa di ricchezza nelle mani di pochi, dall’altra, alla trasformazione degli istituti bancari in soggetti “attivi” nell’ambito di questa nuova architettura finanziaria. Le banche, anziché evitare di lanciarsi in pericolosi investimenti, iniziarono a trasformare i crediti in titoli commerciabili. Una CDO (Collateralized debt obligation) è letteralmente una obbligazione che ha come garanzia (collaterale) un debito; è formata da centinaia di ABS, obbligazioni a loro volta garantite da debiti individuali (spesso un mutuo, ma non solo).
Questi titoli venivano messi sul mercato da società veicolo (a volte di proprietà della banca stessa) e comprati da qualunque investitore lo desiderasse. Pur trattandosi di operazioni rischiose (i mutui, per esempio, venivano concessi a chiunque, anche senza le adeguate garanzie), ricevevano dalle varie agenzie di rating valutazioni altissime (la famigerata AAA), cosa che le rendeva equiparabili, in termini di sicurezza, ai titoli di Stato. Una vera follia.
“Inside job” cerca di farci capire chi sono stati i responsabili della crisi, facendo nomi e cognomi. Infatti non tutti hanno perso i loro risparmi: coloro che vendevano questi titoli sapevano di aver a che fare con spazzatura, perciò, con un meccanismo simile a quello delle scommesse, si tutelavano. Scommettendo contro questi titoli “sicuri” (fino a pochi giorni prima dell’esplosione della “bolla” ricevevano valutazioni alte dalle agenzie di rating) si assicuravano ricavi per miliardi di dollari. Eppure non solo i pescicani dell’alta finanza hanno avuto un ruolo attivo in questa gigantesca truffa legalizzata; anche gran parte dell’establishment universitario, stando ai dati forniti dal documentario, si mostra palesemente compromesso. Molti esimi professori arrotondavano, per dire così dire, il loro stipendio con ricche parcelle derivanti dal ruolo di consulenti che rivestivano presso le varie Goldman Sachs & Company, mostrando chiaramente un conflitto di interessi: è un po’ come se un medico, nella cura di una malattia, consigliasse di usare solo una certa medicina (ovviamente miracolosa), e guarda caso si scoprisse come gran parte del reddito di quel medico, fosse pagato dalla casa farmaceutica che quella medicina produce e commercializza. Curioso no?
In conclusione, pur trattandosi di un lavoro ottimo sotto molteplici punti di vista, ha qualche limite. Dalla visione del documentario pare che la crisi sia stata causata da un certo numero di “mele marce”, e che, una volta estromesse le stesse, il sistema capitalistico si risanerà da sé. Su questo punto ci permettiamo di dissentire perché, finché le banche continueranno ad essere Società per Azioni private e svincolate dallo Stato, una svolta del sistema in senso etico non sarà possibile e i profitti verranno sempre prima delle persone. Invece, qualora la moneta tornasse ad essere di proprietà pubblica dal momento della sua stampa, in fondo al tunnel potrebbe vedersi la tanto agognata luce.

Idee in Movimento

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