sabato 31 marzo 2012

SOLIDARIETA' AI LAVORATORI SPAGNOLI

In Spagna, il governo conservatore di Mariano Rajoy, ha intenzione di portare il rapporto deficit/Pil al 5,3% entro la fine del 2012. Così impone il diktat della Troika e, i fedeli sudditi, alacremente, eseguono. Anche qui si sta ripetendo lo stesso copione visto in Grecia, Portogallo e Italia, con tanto di analoghe “soluzioni” alla “crisi” finanziaria: sacrifici, tagli e tasse. Questi “teorici dell' austerity”, che si tratti di Monti o del ministro del Lavoro spagnolo Fatima Banez, non hanno intenzione di cedere un passo, segno che la situazione greca non ha insegnato nulla a nessuno di loro. Lì la popolazione ha dovuto sopportare due durissime riforme finanziarie e, nonostante questo,  il rischio default rimane sempre altissimo. Lo stesso può accadere in Spagna; i lavoratori spagnoli l'hanno capito. Infatti, il rischio che i 20 miliardi di euro di “sacrificio” non bastino a portare il deficit pubblico ai livelli imposti dall'Ue, è alto. Alcuni economisti ipotizzano, già ora, la necessità di una seconda manovra. Cosa non impossibile, se l'economia non dovesse crescere ai ritmi sperati. Inoltre, per ammissione dello stesso governo, questo provvedimento costerà il taglio di 640000 posti di lavoro; dato allarmante, se si pensa che la Spagna ha già un tasso di disoccupazione del 23%.
Possiamo quindi condannare gli sporadici episodi di violenza che si sono verificati durante lo sciopero generale del 29 Marzo? Oggettivamente no.

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venerdì 30 marzo 2012

LE BANCHE CHIAMANO, IL GOVERNO RISPONDE.

In silenzio, quatto quatto, il Governo fa dietro front sulla questione delle commissioni bancarie e le reinserisce in mezzo al pacchetto “salva-Italia”.
L’Abi, (associazione bancaria italiana) non l’aveva presa per niente bene e, dopo la scenata isterica con conseguenti dimissioni del presidente, ecco che “San Monti” protettore degli istuti finanziari fa il miracolo. I 10 miliardi di euro che le banche paventavano di perdere senza più commissioni, adesso torneranno fra le loro avide mani.
Ingordi banchieri che fra dicembre e febbraio, come da noi puntualmente riferito, ricevettero dalla BCE quasi 300 miliardi di euro in due tranche all’1% potendo cosi speculare sui buoni del tesoro che ad oggi si aggirano sul 5%.
Nulla di nuovo sotto il sole, ma nel frattempo, dopo Atene, anche la Spagna sta iniziando a insorgere.

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giovedì 29 marzo 2012

SULLA CORPORAZIONE PROPRIETARIA

Le recenti polemiche riguardanti l'articolo 18 tra sindacati, Confindustria e Governo ci fanno, ancora una volta, rimpiangere i bei tempi andati. Non è semplice nostalgismo il nostro. E' palese, capitandoci di rileggere oggi le tesi di Ugo Spirito sulla “corporazione proprietaria”, proposte al Convegno di Studi sindacali e corporativi del 1932 a Ferrara, constatare come allora si cercasse, quantomeno, di elaborare teorie economiche alternative, in grado di fornire alla società i mezzi necessari per sperare in un futuro migliore. Non semplici tagli agli ammortizzatori sociali, flessibilità del lavoro o “più tasse per tutti”.
La “corporazione proprietaria” consisteva nel passaggio del capitale dagli azionisti ai lavoratori. Essi sarebbero diventati proprietari della corporazione per la parte loro spettante, in conformità dei particolari gradi gerarchici. In questo modo si sarebbe progressivamente eliminato il conflitto tra datore di lavoro e lavoratore: entrambe le figure coinciderebbero con il vantaggio immediato di avere un reale interesse, da ambo due le parti, per il rendimento del proprio lavoro, in quanto questo si convertirebbe immediatamente in un aumento di reddito. Conciliazione quindi, comproprietà. Non più residui “classistici”. Stato organico, non burocrate e controllore, ma realtà stessa della corporazione, essendo quest'ultima connessa all'organismo statale attraverso il Consiglio nazionale delle corporazioni.
Tematiche incomprensibili per un “bocconiano” doc come il professor Monti e compagnia bella, purtroppo.


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mercoledì 28 marzo 2012

CHE FINE HA FATTO L'EUROPA NAZIONE?

Era l'idea guida di un'intera generazione politica. Più e oltre il neofascismo. Una pratica ideologica priva di orpelli intellettuali e sentimentalismi. La capacità visionaria di inserire politicamente l'Europa all'interno delle nuove dinamiche globali. Niente male vista la spartizione cino-americana del mondo attuale. Ma che fine ha fatto l'Europa Nazione?
 
Annichilito da Maastricht prima e da Lisbona poi, il nazionalismo europeo è scomparso dal dibattito programmatico. Oggi i movimenti della destra radicale del vecchio continente sembrano tornati a forme passate di revanscismo patriottico, mentre la più addolcita e ipocrita formula dell'Europa dei popoli pervade i programmi dell'intero arco costituzionale, dalla Lega (dove milita l'unico esponente italiano della Jeune Europe) a SeL, dalla Linke alla Cdu, dall'Ump al Ps.
 
Così, mentre vengono rispolverati slogan anti-tedeschi o anti-italiani, cadono nel dimenticatoio le responsabilità, queste si europee, delle oligarchie finanziarie continentali prone ai voleri di oltre-oceano: mentre ci si domanda quante colpe abbia la Germania nel tutelare la propria economia e quante l'Italia, la Spagna, la Francia, nel difendere i propri debiti, passano sottovoce le responsabilità vigliacche di chi ha voluto un sistema comunitario così debole e indifeso.
 
Tornano i miopi nazionalismi a scapito dell'unico nazionalismo possibile. Un errore clamoroso, ingrato nei confronti della storia, sciocco di fronte le infinite potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione. Imperdonabile aver lasciato l'europeismo ai guru del funzionalismo tecnocratico.
 
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martedì 27 marzo 2012

STORIA VERITA'

RIFORMA DEL LAVORO

Pressione fiscale più alta d’Europa, politiche che incentivano la delocalizzazione, finanziarizzazione dell’economia. Sono questi i veri problemi del lavoro in Italia.
Dove si va a colpire invece? Articolo 18, ammortizzatori sociali, cassintegrazione. Non ci si poteva aspettare altrimenti dal governo dei professori, spocchiosi tecnici eurofili asserviti al dogma liberista, e ancora più disgustoso è il silenzio-assenso dei partiti dell’arco parlamentare.
Il Financial Times nel frattempo ha paragonato Mario Monti a Margaret Tatcher. Lavoratori ed oppositori politici sono avvertiti.

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mercoledì 21 marzo 2012

QUESTO STRANO MINUTO DI SILENZIO

Oggi, alle unidici, le scuole italiane di ogni ordine e grado si sono fermate. Così ha voluto il ministro Profumo. Un minuto di silenzio per ricordare le quattro vittime della strage di Tolosa. "Un momento di riflessione - ha dichiarato nella nota alle agenzie di stampa Profumo - e di solidale partecipazione". Ci domandiamo, ingentuamente, il motivo di tanta profondità istituzionale. Forse che la pista neonazista, superficialmente percorsa da giornali e servizi di sicurezza nelle prime ore di ieri, abbia suggerito al nostro Paese un atto di costrizione ufficiale? Parrebbe di si. Curioso, oggi, di fronte al fanatismo vendicativo di un singolo attentatore franco-algerino, spiegare la sensibilità del gesto delle nostre istituzioni: per assurdo, se l'Italia dovesse fermarsi a piangere ogni bambino palestinese massacrato dalle truppe coloniali di Gerlusalemme, le scuole andrebbero direttamente e silenziosamente sprangate.
 
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martedì 20 marzo 2012

L'ALLODOLA E IL COMBATTENTE PER LA LIBERTA'

Proponiamo qui di seguito un paio di estratti da “Un giorno della mia vita”, resoconto della vita in carcere del patriota irlandese Bobby Sands. Morì in carcere, nei famigerati H-blocks, a seguito di uno sciopero della fame. L'allora Primo Ministro Margaret Thatcher, tenendo fede alla sua immagine di lady di ferro, si mostrò sorda alle richieste degli scioperanti. La cosa provocò la morte di dieci di loro, compreso Bobby Sands.
Fu una rivolta nazionalpopolare la sua. Lotta contro il capitalismo più demente che proprio negli anni '80 aveva un sicuro avamposto nella Gran Bretagna conservatrice. Lì, a suon di liberalizzazioni e privatizzazioni, la disoccupazione era raddoppiata nel giro di poco tempo.
Ancora una volta, in uno scenario in cui a dominare è il caos, è la Nazione a costituire un sicuro baluardo contro la deriva sociale, culturale ed economica.

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«[...] Una volta mio nonno mi disse che imprigionare un'allodola è uno dei crimini più crudeli, perché l'allodola è tra i simboli più alti di libertà e felicità. Sovente parlava dello spirito dell'allodola, riferendosi alla storia di un uomo che aveva rinchiuso uno dei suoi tanto amati amici in una piccola gabbia.
L'allodola, soffrendo per la perdita della sua libertà, non cantava più a squarciagola, né aveva
più nulla di cui essere felice. L'uomo che aveva compiuto tale atrocità, così come la definiva mio
nonno, esigeva che l'allodola facesse ciò che lui desiderava: cioè cantare più forte che poteva,
obbedire alla sua volontà, cambiare la sua natura per soddisfare il suo piacere e vantaggio.
L'allodola si rifiutò. L'uomo allora si arrabbiò e diventò violento. Cominciò a far pressioni
sull'allodola affinché cantasse, ma inevitabilmente non ottenne alcun risultato. Così ricorse a
mezzi più drastici. Coprì la gabbia con un telo nero, privando l'uccello della luce del sole. Le
fece patire la fame e la lasciò marcire in una sporca gabbia, eppure lei si rifiutò ancora di
obbedirgli. Alla fine l'uomo la uccise.
Come giustamente diceva mio nonno, l'allodola possedeva uno spirito: lo spirito di libertà e di
resistenza. Desiderava ardentemente essere libera e morì prima di essere costretta ad adeguarsi
alla volontà del tiranno che aveva cercato di cambiarla con la tortura e la segregazione. Io sento
di avere qualcosa in comune con quell'uccello, con la sua tortura, la sua prigionia e la morte a
cui alla fine andò incontro. Possedeva uno spirito che non si trova facilmente neppure tra di noi,
i cosiddetti esseri superiori, gli uomini.
Prendete un comune prigioniero. Il suo obiettivo principale è quello di rendere il suo periodo di
detenzione più facile e confortevole possibile. Un comune prigioniero non metterà mai a rischio
un solo giorno di condono. Alcuni arriveranno persino a umiliarsi, a strisciare e a tradire altri
detenuti, pur di salvaguardare se stessi o accelerare il proprio rilascio. Costoro obbediranno alla
volontà di chi li ha catturati. Diversamente dall'allodola, canteranno ogni qualvolta verrà chiesto
loro di farlo e salteranno ogni volta che sarà loro ordinato di muoversi.
Sebbene abbia perduto la sua libertà, un prigioniero comune non è disposto a giungere alle
estreme conseguenze per riacquistarla, e neppure per difendere la propria dignità di uomo. Si
adegua, in modo tale da garantirsi un rilascio a breve scadenza. Se invece rimane in carcere per
un periodo abbastanza lungo, alla fine diviene un prodotto dell'istituzione, una sorta di
macchina, non più in grado di pensare con la propria mente, sotto il pieno potere e controllo di
chi lo ha incarcerato.
Nella storia che raccontava mio nonno questa era la fine che avrebbe dovuto fare l'allodola. Ma
lei non aveva bisogno di cambiare, né intendeva farlo, e morì affermando proprio questo.
Tutto ciò mi riporta direttamente alla mia situazione: sento di avere qualcosa in comune con quel
povero uccello. La mia posizione è in totale contrasto con quella di un prigioniero comune che
abbia deciso di conformarsi alle regole: io sono un prigioniero politico, un combattente per la
libertà. Allo stesso modo dell'allodola anch'io ho combattuto per la mia libertà, non solo in
carcere, dove ora mi ritrovo a languire, ma anche fuori, dove il mio paese è tenuto prigioniero.
Sono stato catturato e incarcerato, ma, come l'allodola, anch'io ho visto cosa c'è al di là delle
sbarre della mia gabbia.
Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi
opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi.
Al pari dell'allodola non ho alcun bisogno di cambiare. E' la mia ideologia politica e i miei
principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia
dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna
attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali.
Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei
vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e
torturato. Come l'allodola, anch'io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo
stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere
soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma,
fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può
cambiare questo.»

«[...]Sono un prigioniero politico perché sono l'effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all'indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato.
Nella mia mente tormentata c'è al primo posto il pensiero che l'Irlanda non conoscerà mai pace
fino a quando la presenza straniera e oppressiva della Gran Bretagna non sarà schiacciata,
permettendo a tutto il popolo irlandese di controllare, unito, i propri affari e di determinare il
proprio destino come un popolo sovrano, libero nella mente e nel corpo, definito e distinto
fisicamente, culturalmente ed economicamente.
Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per
un insopprimibile desiderio di libertà. Sto morendo non soltanto per porre fine alla barbarie dei
Blocchi H o per ottenere il giusto riconoscimento di prigioniero politico, ma soprattutto perché
ogni nostra perdita, qui, è una perdita per la Repubblica e per tutti gli oppressi che sono
profondamente fiero di chiamare la generazione insorta»

lunedì 19 marzo 2012

AFGHANSITAN: CIOCCOLATA, LUCKY STRIKE E STRAGI.

Gli americani, si sa, ci tengono a mantenere la nomea di salvatori dell'umanità, di liberatori degli oppressi e difensori della democrazia. Le loro  guerre sono “missioni di pace”, condotte mediante l'uso di “armi intelligenti”, in modo da non coinvolgere civili ma solo obiettivi sensibili. E' volontariato. Cioccolato e sigarette distribuiti alla popolazione festante.
Ma dal bombardamento di Dresda al massacro di My Lai in Vietnam, da Hiroshima e Nagasaki fino alle recenti campagne militari in Afghanistan e Iraq, il copione, costituito da vili massacri e stragi, non fa che ripetersi uguale.
Ovviamente a noi viene fornita, con la complicità dei media, una versione dei fatti montata ad arte. Il recente massacro di civili nel distretto di Panjwayi in Afghanistan è paradigmatico in questo senso. La favoletta propinataci vede il sergente Robert Bales, 38 anni, compiere una mattanza, con tanto di donne e bambini, da solo. Era psicologicamente traumatizzato e sotto l'effetto dell'alcool, forse con problemi coniugali e famigliari alle spalle. La versione dei sopravvissuti e la ricostruzione compiuta sul posto da una delegazione mandata da Kabul, però, sembra contrastare con questa fantasiosa versione statunitense. Stupisce che un solo uomo possa avere ucciso così tante persone (almeno 20), avendo addirittura il tempo per bruciare i corpi senza che nessuno si sia accorto di nulla. I due villaggi oggetto dell'aggressione, infatti, si troverebbero solamente ad un chilometro e mezzo dalla base americana.
Ovviamente Obama si è subito premurato di affermare che il colpevole verrà punito. La giustizia, quindi, trionferà ancora una volta? Ne dubitiamo. In un caso analogo il sergente maggiore dei Marine Frank Wuterich, colpevole di aver trucidato in Iraq 24 civili inermi, è stato dichiarato colpevole da una giuria militare di Camp Pendleton (California) e  “punito” con tre mesi di reclusione, una riduzione dello stipendio e la degradazione a soldato semplice.
Insomma, avete capito.


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domenica 18 marzo 2012

LUSI, IL DIABOLICO BOY-SCOUT CHE FA TREMARE IL CENTRO-SINISTRA

Le recenti rivelazioni dell'Espresso sui “giri” di Lusi hanno fatto sollevare un bel polverone a sinistra. Già in un' intervista “rubata” e trasmessa dalla trasmissione Servizio Pubblico, il capo dei boy-scout italiani aveva affermato che con lui sarebbe saltato gran parte del centro-sinistra. Non aveva torto, aggiungeremo noi.
Lusi dunque, secondo la ricostruzione del settimanale, avrebbe fornito alla fondazione di Rutelli “Centro per il futuro sostenibile” 866 mila euro dal 2009 al 2011. Si tratta di versamenti in varie tranches, ma sempre sotto i 150 mila euro. La cosa, neanche a farlo apposta, non viola le disposizioni dello statuto della Margherita in merito gli atti di straordinaria e ordinaria amministrazione che, solo in caso di importo superiore a tale cifra, sarebbero dovuti essere adottati  congiuntamente dal Tesoriere e dal Presidente del Comitato Federale di Tesoreria. Fatta la legge trovato l'inganno, come si suol dire.
Altra curiosa coincidenza è data dal fatto che il primo bonifico ricevuto dalla fondazione dell'ex radicale risalirebbe al 13 novembre 2009, ovvero al periodo della burrascosa uscita dal PD e della creazione del suo partito personale, l'API. Solo illazioni? Sarà chi di dovere a verificarlo.
Per ora Rutelli non ci sta e querela tutti: lui è un uomo onesto ed integro. E' stato frodato, grida al complotto (sic!). Poverino. Certo come abbia fatto, pur essendo colui che aveva la firma sul conto del partito, a non accorgersi di nulla rimane un mistero. Sarà una dieta povera di proteine, tutta pane e cicoria, ad averlo indebolito? oppure il troppo sole preso alle Maldive lo scorso inverno ad averlo distratto? Ai posteri l'ardua sentenza. Fa comunque sorridere che proprio quella sinistra moralizzatrice ed integerrima ci mostri quanta decadenza sia insita nel sistema democratico attuale.


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sabato 17 marzo 2012

NIETZSCHE, O DEL RADICALISMO ANTIBORGHESE

Dopo l'articolo sul Nietzsche negatore dell'ordine, ecco, come risposta, un diverso punto di vista sull'opera del filosofo tedesco.

Nietzsche è stato ed è ancora, il filosofo più odiato. Irrazionalista, aristocratico, antidemocratico, antiborghese, antisocialista, anticristiano. Nietzsche rappresenta il grande tramonto del progresso europeo, o meglio la sintesi romantica della riscoperta dell’intuizione e della volontà. L’inattuale per eccellenza, il radicale dell’antiumanitarismo: la bestemmia del XIX secolo. Odiato dai preti di tutte le metafisiche, egli ha posto nuovamente al centro di ogni cosa la prova dell’essere, come divenire, come eterno scontro e ritorno dell’agonismo e della capacità creativa. Odiato dai politici del più frigido dei mostri (lo stato), ha posto infatti i generatori di popoli al di sopra di ogni diritto e libertà. Odiato da tutti i moderati e saggi, ha nuovamente imposto la volontà di superare se stessi quale obiettivo reale, tangibile, immanente di superiorità e diversità fra gli uomini. Volontà di potenza come volontà di tramonto, volontà di volontà, nel rovesciare la staticità del velo borghese, marxista e cristiano. Odiato da tutte le moltitudini per quella “morale dei Signori”, opposta fieramente alla trionfante morale degli schiavi: oggi unica, menzognera e totalitaria verità della globalizzazione dei diritti umani, biblici e borghesi.
Purtroppo l’Italia non ha mai potuto leggere serenamente Nietzsche. Messo all’indice da un cattolicesimo tornato alla casa madre dell’ebraismo dopo il concilio vaticano II; osteggiato dall’idealismo liberale, crociano e post-crociano, fortissimo nelle università; avversato dallo statalismo (gentiliano e marxista) di un paese troppo stato e mai nazione; trasformato in libertarismo sessantottardo dalla propaganda di Vattimo o bandito come “pensiero negativo” da Cacciari, Nietzsche ebbe fortuna nel nostro paese per un ristretto periodo di tempo: agli inizi del ‘900, quando irrazionalismo e sindacalismo rivoluzionario scaldavano i fogli e i salotti del paese. Papini su tutti. Senza dimenticare La Filosofia della Forza, scritto giovanile sul pensiero nietzscheano di un giovane leader socialista, Benito Mussolini.
Nietzsche, così, resta una bestemmia comprensibile solo in tedesco: solo dopo aver letto Lutero, dopo aver compreso il percorso romantico della filosofia anti-idealista germanica, il nichilismo e la sua trasvalutazione in pensiero attivo. Come ha ricordato pochi giorni fa Franco Giorgio Freda, presentando la nuova edizione dello Zarathustra, Nietzsche resta il maestro ispiratore della rivoluzione nichilista, della rivoluzione nazional-socialista, come Marx fu ispiratore di quella bolscevica.
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NIETZSCHE NEGATORE DELL'ORDINE

Eterno,stabile,necessario,assoluto o, in una parola, metafisica. Ed è contro Socrate, l’iniziatore della metafisica, che Nietzsche si scaglia. Contro la repressione della ragione sull’istinto, sugli impulsi carnali che vengono annientati dalla logica.
E’ dalla volontà che, secondo il filosofo tedesco,scaturisce la liberazione dalla ragione. Lo spirito dionisiaco che travolge tutto ciò che è auto-dominio.
Secondo Pierre Klossowski, la filosofia nietzschiana consiste “in una esaltazione del movimento per il movimento, che distrugge la nozione di un qualunque fine nell’esistenza e glorifica l’inutile presenza dell’essere nell’assenza di ogni scopo(…)”.
Differentemente da Schopenauer che sceglie l’ascesi del vuoto sottraendosi al dominio della vita, Nietzsche nella vita si abbandona dionisicamente, santificando l’acefalo.
Ed è proprio Dioniso, che come narrato da Euripide, fa sacrificare il suo dichiarato nemico Penteo, rappresentante dell’ordine e della legge, dalle Menadi in preda alla frenesia estatica. Sacerdotessa del sacrificio è la madre stessa, che, accecata dall’ebbrezza, porta in trionfo la testa del figlio ucciso, infilzata sul tirso.
Ciò che nell’antica Grecia aveva una funzione catartica, in Nietzsche diviene una esaltazione della non-verità, figlia del velo di Maya, come condizione di vita, e, in Ecce Homo, sottolinea la sua natura anarchica e lasciva: “guardiamoci dal dire che esistono leggi nella natura. Non vi sono che necessità: e allora non c’è nessuno che comanda, nessuno che presta obbedienza, nessuno che trasgredisce”.
Antesignano della cultura sessantottina, nemico della Tradizione, esaltatore del caos. Non risulta difficile immaginarlo alla testa di un gay pride.

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venerdì 16 marzo 2012

SONDAGGI: IL VUOTO E' IL PRIMO PARTITO

Una rapida occhiata ai sondaggi serve più di tante analisi: il centro-destra crolla sotto le macerie del sostegno al governo Monti, con il Pdl in caduta libera e in bilico fra il 22-23%. Il progetto neo-missino di Storace non decolla, piantato all'1,5%. Al centro l'Udc sopravvive, intorno al 7%, mangiandosi il meticciato politico di Fli (2.5%); a sinistra il Pd non supera l'asticella del 26%, rimanendo così legato a Sel (7-8%) e Idv (7%). La barzelletta padana, orfana delle poltrone ministeriali, rischia di non arrivare alla quota psicologica del 10%.
 
Il dopo-Monti, se mai ci sarà, puzza lontano un miglio di centro-sinistra stile prima repubblica, con ex-comunisti ed ex- democristiani a spartirsi la sempre più piccola torta del Pil italiano. A meno di imprevedibili scossoni. Il dato più significativo riguarda infatti gli indecisi, i delusi, gli astenuti, gli incazzati ormai stabilmente al di sopra del 40% dell'elettorato, nonostante Beppe Grillo ne riporti alle urne un clamoroso 5% di media, con la sua lista a 5 Stelle.
 
Morale: a destra in pochissimi sembrano credere ancora a Berlusconi e al suo delfino, Alfano. Men che meno nella corrente degli ex AN. Mentre la militarizzazione delle menti, a sinistra, sembra sostenere Pd e Sel, nonostante il clamoroso profilo finanziario e globalista dei suoi dirigenti. La Lega è giunta finalmente al bivio, indecisa se continuare sulla strada dell'indipendenza, o riempire il vuoto lasciato dal Pdl, magari con Maroni leader.
 
Il resto è pura volontà. A nuovi profili il coraggio di convincere quella metà di italiani schifati dalla situazione economica e politica.
 
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giovedì 15 marzo 2012

SABINA GUZZANTI, PROFESSIONE: CANE DA GUARDIA

Ieri sera, chi ha avuto la sfortuna di sintonizzarsi su La7, ha avuto l’occasione di osservare un patetico show da basso avanspettacolo; quello della rediviva Sabina Guzzanti che ha portato in televisione un programma colmo di idee mortifere, orfano ancora singhiozzante del Cavaliere, bersaglio prediletto dalla platea radical-chic.
Tra un inchino a Monti, che a loro dire ha dato nuova linfa e rispettabilità al Belpaese , e ridicole analisi di macro economia, è andato in scena uno sketch dove la sorella minore, Guzzanti jr., si prendeva gioco dei militanti di Casapound in una imitazione pregna di luoghi comuni dove la risata era off limits.
Carissima Guzzanti, il tuo padrone si chiama Franco Bernabè, boss della Telecom, proprietaria della rete televisiva dove tu puoi abbaiare senza mordere.
Prima di entrare come amministratore delegato in Telecom nel 2007, per diventarne Presidente esecutivo nel 2011, il signor Bernabè è stato Advisory Board (comitato consultivo) del C.F.R. (Council of Foreign Relations), vice presidente della Rothshild Europe e ha partecipato a diversi incontri del Club Bilderberg.
Insomma un uomo ben colluso con i poteri forti, con quella finanza apolide nemica delle radici, che fa occhiolino alla sinistra anti italiana tanto cara ai salotti progressisti, imbalsamata nelle sabbie mobili della storia.

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GOLDMAN SACHS PERDE PEZZI

Sbagliando si impara? Dalle parti di New York, città sede della Goldman Sachs, pare proprio che questo proverbio non sia molto conosciuto.
La crisi dei mutui subprime del 2008, che ha visto la sopraccitata banca d’affari in prima linea nel truffare i propri clienti, non ha ovviamente fatto cambiare linea guida ai suoi dirigenti.
Questo modus operandi sta però iniziando a infastidire qualcuno anche al suo interno.
Ieri il New York Times ha pubblicato una lettera nella quale Greg Smith, già capo del settore derivati in Europa, Africa, Medioriente, parla di “ un ambiente mai stato più tossico e distruttivo come ora” aggiungendo di come diversi dirigenti definiscano “muppets” pupazzi, i loro clienti.
Le smentite ovviamente non tardano ad arrivare, sono quelle dell’amministratore delegato Lloyd Blankfein e del direttore operativo Gary Cohn.
Con due nomi così, impossibile non credergli.

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mercoledì 14 marzo 2012

SI PUO' SEMPRE FARE PEGGIO

L' Italia in politica estera sta collezionando figuracce, è palese. Purtroppo questa volta è stato un nostro connazionale a rimetterci la vita. L'italiano Franco Lamolinara è rimasto ucciso durante il blitz anglo-nigeriano che avrebbe dovuto liberarlo dal gruppo estremista che lo teneva in ostaggio.
Pare, e questo fa rabbia, che il suddetto tentativo sia stato organizzato unilateralmente dagli inglesi, tenendoci all'oscuro di tutto. Londra, ovviamente, smentisce. E mentre qui in Italia si cercano di definire le responsabilità su quanto accaduto, a noi sorgono spontanee alla mente alcune considerazioni.
Se il solo fatto di partecipare alle guerre scatenate dagli angloamericani è stato un errore, a che pro è servito sacrificare fior fior di soldati in Afghanistan e Iraq alla loro causa se il trattamento che riceviamo in cambio è questo? I maligni, infatti, pensano che oltre la Manica non piaccia l'approccio pragmatico condotto dall'Italia nei negoziati con i terroristi: pare che gli italiani tendano a pagare il riscatto. Dato che a pensar male a volte ci si azzecca, potrebbe essere proprio questo il motivo per cui siamo stati tenuti all'oscuro di un'azione che, per di più, ha coinvolto oltre 60 uomini (tra inglesi e nigeriani) e che non si è risolta neppure agevolmente, ma in un lungo conflitto a fuoco.
Insomma, siamo considerati la solita Italietta. Quella da tenere per mano. Quella che necessita di un governo tecnico per applicare le illuminate soluzioni liberiste e di macelleria sociale che nella terra della Regina sono la norma. Sintetizzando siamo “maiali”come simpaticamente ci definiscono i giornalisti economici inglesi, perché abbiamo un debito pubblico troppo elevato.
Il professor Mario Monti, quello che conquistava copertine sul Time promettendo di salvarci dalla bancarotta, non è riuscito a dare nuovo lustro all'immagine del nostro paese all'estero. E', anzi, la conferma vivente che si può sempre fare peggio, anche di Berlusconi...


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martedì 13 marzo 2012

FOLLIE ANTI EUROPEE, NESSUNO TOCCHI DANTE.

"Oggi esiste una recrudescenza di antisemitismo e di razzismo. Ebrei, Rom, immigrati, mussulmani, omosessuali avvertono e vivono una condizione di pericolo. Il razzismo non è mai stato veramente sradicato e viene trasmesso persino nelle scuole. Un esempio emblematico è la Divina Commedia, caposaldo della letteratura italiana."

Questo il delirante incipit della dichiarazione con cui Gherush92, organizzazione di ricercatori e consulenti sui temi della società multirazziale, affiliata alle più note sigle "umanitarie" del mondialismo finanziario (Onu - Osce), chiede il ritiro dalle scuole della Divina Commedia, in quanto foriera di valori antisemiti, antimusulmani e omofobi.

"Esiste una sorta di “negazionismo” che nega i contenuti razzisti nei programmi scolastici: la bellezza, secondo i canoni occidentali, tiranneggia qualsiasi messaggio e opere come la Commedia, acclamata come capolavoro dell’umanità, benché esprima inequivocabilmente contenuti razzisti, viene valutata per il suo valore estetico e simbolico. La Commedia è considerata opera di indiscusso valore universale, con buona pace degli studenti e dei professori ebrei ed islamici e della loro identità violata. "

E' interessante notare come con il termine "negazionismo", si voglia ricondurre Dante all'indice delle opere considerate "indicibili", poichè negatrici o revisioniste del così chiamato fenomeno olocaustico. Infatti, poco più sotto si arriva a precisare che:

"Le persecuzioni antiebraiche sono la conseguenza dell’antisemitismo cristiano che ha il suo fondamento nei Vangeli e nelle opere che ad esso si ispirano, come la Divina Commedia. Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale. Chiediamo, pertanto, al Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rabbini e ai Presidi delle scuole ebraiche, islamiche ed altre di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti."

L'arroganza con cui si vorrebbe cancellare il capolavoro che, più e meglio di tanti altri, ha contribuito alla creazione dell'identità italiana, ghibellina ed europea, suona davvero come un atto di conquista inconcepibile per qualsiasi popolo ancora sano e sovrano. Ma siamo certi che nel paese di De Benedetti e Mario Monti, di Paolo Mieli e Gad Lerner, nessuna indignazione sarà permessa o incoraggiata.

Lo si capisce dall'articolo con il quale il Corriere.it rende nota la richiesta: largo spazio alle critiche del "centro di ricerca" al Dante razzista e omofobo, toni dimessi, e una scarsa, breve, puntualizzazione sulla cultura moderna, da Shakespeare a Mozart.

Una follia anti europea.

Idee in Movimento

lunedì 12 marzo 2012

DISPACCI DA USUROLANDIA (PARTE QUARTA), IL CASO SPAGNOLO

Dopo la Grecia, il nuovo osservato speciale dell'ordine usurocratico è la Spagna.
Con una disoccupazione al 20%, che sfiora il 50% in quella giovanile, il paese iberico sta affrontando una crisi spaventosa.
Il fulcro della crisi risiede nei prestiti in sofferenza legati al settore immobiliare. Dei 338 miliardi in esposizione in questo settore, 176 sono cosiddetti crediti problematici.
E intanto il 55% di chi ha meno di 34 anni è tornato a vivere, se già non lo faceva prima, con i propri genitori.
800 euro al mese non permettono di staccare il cordone ombelicale.

Idee in Movimento

venerdì 9 marzo 2012

I NUMERI DEL "DRAGONE" CINESE

630 miliardi di dollari di obbligazioni pubbliche e private nella zona Euro e 1.500 miliardi di obbligazioni degli U.S.A. (1.137 miliardi in buoni del tesoro)

 

INVESTIMENTI IN GIRO PER IL MONDO

SUD AMERICA


VENEZUELA: Costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità da 7,5 miliardi di dollari

BRASILE: Sfruttamento di piantagioni di soia estese su una superficie di 200mila ettari.

ARGENTINA: Affitto di terreni in Patagonia, per un totale di 340mila ettari.


AFRICA


NIGERIA: China State Construction sta realizzando una raffineria (la commessa vale 8 miliardi di dollari).

REPUBBLICA DEM. DEL CONGO: Sfruttamento di 100mila ettari di piantagioni di palme da olio.

ETIOPIA: Finanziamento di 450 milioni di dollari per la costruzione della diga Gibe III

EUROPA


GRECIA: Cosco Holdings ha una concessione per parte del porto del Pireo (valore 4,9 miliardi di dollari).

ASIA


VIETNAM: Dongfang Electric sta costruendo una centrale elettrica del valore di 1,4 miliardi di dollari.

PARTECIPAZIONI STRATEGICHE


La Cina possiede inoltre 12,8 miliardi di dollari pari all’11% del capitale dell’impresa Elio Tinto nel settore minerario, 7,2 miliardi di dollari per l’acquisto della Addax Petroleum, 5 miliardi di dollari per il 9,9% della Morgan Stanley, 2 miliardi di dollari per l’acquisto della Elkem (settore del silicone), 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto della Volvo e 670 milioni di dollari per l’acquisto della Medion (settore dell’elettronica).

Idee in Movimento

giovedì 8 marzo 2012

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI MARINAI ITALIANI RECLUSI IN INDIA

E’ chiaro che dietro all’incarcerazione dei militari italiani nello stato indiano del Kerala c’è molto di più che una semplice sparatoria, anche se è costata la vita a delle persone. Sotto campagna elettorale si cerca di accaparrare voti in Italia come in India. Lo scontro serrato tra il National Congress e il Partito Comunista indiano, che si concluderà con le elezioni del 18 marzo,  potrebbe essere la chiave per leggere questo braccio di ferro tra Italia e India.
Certo dispiace vedere i nostri militari farne le spese. Per il diritto internazionale, infatti, la questione non dovrebbe neanche porsi, dato che l’incidente è avvenuto in acque internazionali (quindi fuori dalla giurisdizione indiana) e nel corso di una missione internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite, per un sevizio di tutela dei traffici commerciali contro la pirateria; la giurisdizione, in questi casi, è del Paese cui appartengono le persone coinvolte (quindi l'Italia, perché sono accusati militari italiani).
Per adesso i diplomatici italiani sono riusciti ad ottenere piatti di spaghetti per i nostri. Non ci stupiamo. In fondo la nostra classe politica è stata in grado di esprimere solo personaggi mediocri (Monti è solo l’ultimo di una lunga serie), non in grado di trovare una soluzione originale alla crisi economica, ma capaci soltanto di proporre misure di austerity e macelleria sociale, in linea con i diktat europei.
Nell’augurare la nostra solidarietà ai marinai italiani ci auguriamo che almeno il parmigiano sulla pasta sia abbondante…


Idee in Movimento

mercoledì 7 marzo 2012

LA NASCITA DELLA PRUSSIA

La regione dell’Antica Prussia si estendeva dalle rive del Mar Baltico all’ attuale Polonia nord orientale nella zona dei laghi della Masuria. Molti furono i tentativi di conquista ed evangelizzazione di questa regione a partire da Boleslao il coraggioso, primo Re di Polonia, il cui intento era quello di riunire sotto la bandiera della cristianità tutte le regioni slave occidentali. Inviò in quelle terre pagane Adalberto di Praga che proprio li fu ucciso nel 997 e in seguito canonizzato diventando Santo protettore della Prussia.
I successivi tentativi di Boleslao IV ,con l’aiuto dei russi, furono vani. Venne richiesto dunque l’aiuto dei Cavalieri Teutonici. Fu così, che nel 1224, Federico II subordinò la Prussia alla Chiesa Cattolica e al Sacro Romano Impero togliendone la giurisdizione ai governatori locali.
Con la bolla imperiale di Rimini e la bolla papale di Rieti, il possesso della Prussia passò nelle mani dell’Ordine Teutonico.
Fra il 1454 e il 1466 fu combattuta la Guerra dei Tredici Anni; la borghesia prussiana assieme alla nobiltà locale, chiese l’aiuto della Polonia per ottenere l’indipendenza dai Cavalieri.
La sconfitta dell’Ordine Teutonico portò alla cessione della Prussia occidentale (Prussia Reale) alla Polonia, mentre la parte orientale rimase ai cavalieri  fino al 1525 quando l’ultimo Gran Maestro, Alberto I Hohenzollern, sull’onda della riforma protestante, si convertì al luteranesimo secolarizzando l’ordine e assumendo il titolo di Duca di Prussia.
Nasce cosi , il 10 febbraio 1525, con l’incoronazione di Alberto I da parte di Sigismondo I re di Polonia, lo Stato Prussiano come feudo del Regno di Polonia.

martedì 6 marzo 2012

L'ABOLIZIONE DEL LAVORO di Bob Black

Pubblichiamo in versione integrale questo scritto di Bob Black. Anche se non ci troviamo totalmente d'accordo con questo eretico del pensiero contemporaneo, queste righe sono sicuramente spunto per riflessioni sulla condizione di schiavitù che la civiltà del consumo impone all'uomo moderno. 
Buona lettura.

Idee in Movimento

Ogni giorno è la stessa merda. Ti alzi al mattino soltanto per trovare un altro giorno di grigia, monotona esistenza. Un altro giorno di lavoro e consumo, un altro giorno di desiderio continuamente frustrato da un mondo alieno di cose e di prezzi. L’esperienza di vita familiare differita.
Oggi, in un mondo in cui tutti gli apologeti del potere – siano essi sinistrosi, intellettuali, capi, preti, sindacalisti, insegnanti- vendono lo stesso vecchio messaggio, la consunta menzogna del sacrificio, della rinuncia, della sottomissione; dove il "tempo libero" è vuoto di gioia ed è solo una pausa nel lavoro. In questo mondo non ci sono più illusioni. Nessuna delle assurdità del Potere può più salvarsi dalle armi della risata e della negazione. Il progetto di una vita diversa comincia qui e ora, in ognuno di noi quando rifiutiamo di sottometterci all’indegnità della vita quotidiana. Vai avanti, ridi in faccia al datore di lavoro e ricorda: rubare è divertente!
CONTRO IL POTERE! ABOLIRE IL LAVORO! PER UN MONDO DI DESIDERIO TOTALE!
Nessuno dovrebbe mai lavorare.
Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo.
Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro.
Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva.
Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine "gioco" includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte.
Per quanto i giochi a carattere infantile siano di per sè apprezzabili, i giochi possibili sono molti di più. Propongo un'avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un'esuberanza libera e interdipendente. Il gioco non è un'attività passiva. Indubbiamente noi tutti necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all'inattività assolute molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare del reddito e dell'occupazione; ma è anche vero che, una volta superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L'oblomivismo e lo stakanovismo sono due facce di una stessa moneta falsa.
La vita è totalmente incompatibile con la realtà attuale. E allora tanto peggio per la "realtà", questo buco nero che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue la nostra vita nella semplice sopravvivenza. È strano — o forse non tanto —che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici, e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell'anarchismo, la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi è molto d'altro cui esse prestino fede.
I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell'ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia.. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti — a parte il fatto che sto parlando seriamente— io sono a favore della piena disoccupazione. I trotzkisti diffondono l'idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come accade, sono a favore del lavoro — e non solo perché hanno in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete — tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire all'infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del lavoro stesso. Questi esperti, che sempre si offrono di pensare per noi, raramente ci renderanno partecipi delle loro conclusioni riguardo al lavoro, e ciò malgrado il rilievo che esso assume nella vita di noi tutti. Fra di loro arzigogolano sui dettagli. Sindacati ed imprenditori concordano sul fatto che sia necessario vendere tempo della nostra vita in cambio della sopravvivenza, benché poi contrattino sul prezzo. I marxisti pensano che dovremmo essere diretti dai burocrati. I "libertari" da uomini d'affari. Le femministe non si pongono il problema di quale forma debba assumere la subordinazione, purché i dirigenti siano donne. Chiaramente questi mercanti di ideologie mostrano un notevole disaccordo su come dividersi le spoglie del potere. Ma è ancora più chiaro che nessuno di loro ha nulla da obiettare sul potere in quanto tale, e che tutti costoro vogliono che noi si continui a lavorare.
Forse vi state chiedendo se stia schermando o parlando seriamente. L'uno e l'altro. Essere ludici non significa essere incongruenti. Il gioco non è necessariamente un'attività frivola, ancorché l'essere frivoli non significhi essere superficiali; molte volte è necessario prendere seriamente ciò che appare frivolo. Vorrei che la vita fosse un gioco, ma che la posta in gioco fosse alta. Vorrei continuare a giocare per sempre.
L'alternativa al lavoro non è solo l'ozio. Essere ludici non è essere QUAALUDIC. Sebbene ritenga molto apprezzabile il piacere del sonnecchiare, questo non è mai così appagante come quando fa da pausa rispetto ad altri piaceri e distrazioni. E non sto nemmeno esaltando quella valvola di sfogo comandata a tempo chiamata "tempo libero": lungi da me. Il tempo libero è un non-lavoro, che esiste in funzione del lavoro. Il tempo libero è tempo impiegato a ristabilirsi dagli effetti del lavoro, non è altro che il tentativo frenetico e frustrante di dimenticare il lavoro. Molta gente torna dalle vacanze talmente spossata, che non vede l'ora di tornare al lavoro per potersi finalmente riposare. La principale differenza tra il lavoro e il tempo libero è che al lavoro in fin dei conti sei pagato per la tua alienazione e per il logoramento dei tuoi nervi.
Non sto proponendo astratti giochi di parole. Quando affermo che voglio abolire il lavoro, intendo dire esattamente quello che sto dicendo, ma ora voglio chiarire la questione definendone i termini in modo non emotivo. La mia definizione minima di lavoro è quella di lavoro forzato, cioè, produzione obbligatoria. Entrambi gli elementi sono essenziali. Il lavoro è produzione imposta attraverso strumenti economici e politici, cioè col metodo del bastone e della carota. (La carota è la continuazione del bastone con altri mezzi). Ma non ogni produzione è lavoro. Il lavoro non è mai un'attività fine a se stessa, ma è sempre svolto in vista di una certa produzione o risultato che il lavoratore (o, più spesso, qualcun altro) trae da esso. Questo è ciò che il lavoro necessariamente rappresenta. Definirlo significa disprezzarlo. Ma il lavoro è di solito molto peggio di quanto esprima la sua definizione. La dinamica del dominio intrinseca al lavoro lo spinge nel corso del tempo lungo un percorso evolutivo. Nelle società avanzate basate sul lavoro, e quindi in tutte le società industriali, sia capitalistiche che "comuniste", il lavoro invariabilmente acquisisce ulteriori connotati che ne accentuano il carattere ripugnante.
Di solito — e questo e ancor più vero nei paesi "comunisti" che in quelli capitalisti, in quanto in essi lo Stato è praticamente l'unico datore di lavoro e ognuno è lavoratore dipendente — il lavoro è lavoro subordinato, vale a dire lavoro salariato, ciò che significa vendersi a rate. Così il 95% degli americani che lavorano, lavora per qualcun altro (o qualcos’altro). In Russia, a Cuba, in Jugoslavia, o in qualsiasi altra situazione del genere a cui si voglia far riferimento, la percentuale corrispondente si avvicina al 100%. Solo le fortezze contadine sotto assedio costituite dai Paesi agricoli del Terzo Mondo — cioè Messico, India, Brasile, Turchia—difenderanno ancora per qualche tempo l'esistenza di forti concentrazioni di agricoltori che perpetuano la condizione tradizionale, comune alla maggior parte dei lavoratori negli ultimi millenni, cioè il pagamento di tasse (= riscatto) allo Stato o dell'affitto a proprietari terrieri parassitari, in cambio della semplice possibilità di vivere in pace. Ma ora anche un patto così brutale comincia ad apparire accettabile. Ora tutti i lavoratori dell'industria (e negli uffici) sono salariati e sottoposti ad un tipo di sorveglianza che ne assicura il servilismo.
Ma il lavoro moderno implica conseguenze ancora peggiori . La gente non lavora in senso proprio, ma svolge delle "mansioni". Ognuno svolge continuamente una sola mansione produttiva in forma coercitiva. Anche nel caso in cui il lavoro presenta un certo interesse intrinseco (carattere sempre meno presente in molte occupazioni) la monotonia derivante da tale coercizione all'esclusività elimina il suo potenziale ludico. Una "mansione" che, qualora venisse svolta per il piacere che ne deriva, impegnerebbe le energie di alcune persone per un lasso di tempo ragionevolmente limitato, si tramuta invece in un peso per coloro che la devono svolgere per 40 ore la settimana, senza poter dire nulla su come dovrebbe essere svolta, e questo per il profitto dei proprietari, i quali non contribuiscono affatto al progetto, e senza nessuna opportunità di dividere i compiti e di distribuire il lavoro fra quelli che effettivamente lo devono compiere. Questa è la realtà del mondo del lavoro: un mondo di confusione burocratica, di molestie e discriminazioni sessuali, di capi ottusi che sfruttano e tiranneggiano i loro subordinati i quali - secondo ogni criterio razionale - sarebbero in realtà nella posizione di decidere da soli. Ma nel mondo reale il capitalismo subordina l'aumento razionale della produttività e del surplus alla propria esigenza di tenere sotto controllo l'organizzazione della produzione.
Il senso di degradazione che molti lavoratori sperimentano sul lavoro deriva da un insieme di prevaricazioni, le quali possono essere riassunte nel termine "disciplina". Nell'analisi di Foucault esso risulta essere abbastanza semplice. La disciplina consiste nell'insieme di quei sistemi di controllo totalitari che vengono applicati sul posto di lavoro - sorveglianza, lavoro ripetitivo, imposizione di ritmi di lavoro, quote di produzione, cartellini da timbrare all'entrata e all'uscita-. La disciplina è ciò che la fabbrica, l'ufficio e il negozio condividono con la prigione, la scuola e il manicomio. Storicamente questo sistema risulta essere qualcosa di originale e terrificante. Un tale risultato va al di là delle possibilità di demoniaci dittatori del passato quali Nerone, Gengis Khan, o Ivan il Terribile. Nonostante le loro peggiori intenzioni, essi non disponevano di macchine atte a un controllo dei loro sudditi così capillare quanto quello attuato dai despoti moderni. La disciplina è un diabolico modo di controllo tipicamente moderno, è un corpo estraneo prima d'ora mai visto, e che deve essere espulso alla prima occasione.
Tale è la natura del "lavoro". Mentre il gioco è esattamente il suo opposto. Il gioco è sempre deliberato. Ciò che altrimenti sarebbe gioco si tramuta in lavoro quando diviene un'attività coercitiva. Questo è lampante. Bernie de Koven ha definito il gioco come la "sospensione della consequenzialità". Tale definizione è inaccettabile se implica che il gioco non sia un'attività conseguente. La questione non è se il gioco sia privo di conseguenze. Affermare ciò significa svilire il gioco. Il fatto è che le conseguenze, quando ci sono, hanno il carattere della gratuità. Il giocare e il donare sono attività fortemente correlate, sono aspetti comportamentali e transazionali relativi ad uno stesso impulso, l'istinto del gioco. Condividono lo stesso aristocratico disprezzo per i risultati. Il giocatore vuole ottenere qualcosa dal gioco; questo è il motivo che lo spinge a giocare. Ma la ricompensa essenziale sta nell'esperire quella stessa attività, qualunque essa sia. Uno studioso del gioco altrimenti avvertito, qual è stato Johan Huizinga (Homo ludens), definisce il gioco come un'attività retta da regole. Per quanto io nutra rispetto per l'erudizione di Huizinga, respingo energicamente una tale limitazione. Esistono, è vero, numerosi e ottimi giochi (scacchi, baseball, monopoli, bridge) che seguono regole ben precise. Tuttavia, l'attività ludica comprende molto più che il gioco normato. La conversazione, il sesso, il ballo, i viaggi - queste attività non seguono regole ma sono sicuramente dei giochi, se mai ne esiste qualcuno -. E delle regole ci si può prender gioco facilmente, come di qualsiasi altra cosa.
Il lavoro si fa beffe della libertà. La linea ufficiale è che a tutti sono riconosciuti dei diritti, e che viviamo in una democrazia. Ma esistono individui meno fortunati che non sono così liberi come noi e vivono in Stati di Polizia. Costoro sono delle vittime costrette ad eseguire continuamente ordini senza discussioni, per quanto essi possano essere arbitrari. Le autorità li sorvegliano strettamente. I burocrati controllano anche i più piccoli dettagli della loro vita quotidiana. I funzionari che li comandano a bacchetta, rispondono solo ai diretti superiori, siano essi pubblici o privati. Il dissenso e la disobbedienza vengono entrambi repressi. Gli informatori riferiscono regolarmente alle autorità. Ovviamente tutto ciò rappresenta una situazione terrificante.
E così è, sebbene questa non sia altro che la descrizione di un moderno luogo di lavoro. I progressisti, i conservatori e i libertari che si lamentano del totalitarismo sono falsi e ipocriti. C’è più libertà in una dittatura modernamente destalinizzata di quanta ve n’è in America in un ordinario luogo di lavoro. In un ufficio o in una fabbrica trovi lo stesso genere di gerarchia o di disciplina proprio di una prigione o di un monastero infatti, come Foucault ed altri hanno dimostrato, prigioni e fabbriche nascono all’incirca nello stesso periodo, e i loro gestori consapevolmente si scambiano fra loro le tecniche di controllo. Il lavoratore è uno schiavo part-time. il datore di lavoro decide quando bisogna comparire sul luogo di lavoro e quando bisogna andarsene, e cosa si deve fare in quel lasso di tempo. Tu dice quanto lavoro devi fare e a che ritmo. Ha la facoltà di spingere il suo controllo fino ad estremi umilianti, stabilendo, se lo desidera, quali vestiti devi indossare e quanto spesso puoi recarti al gabinetto. Con poche eccezioni può licenziarti per una ragione qualsiasi, o anche per nessuna. Può spiarti facendo uso di informatori ed ispettori, compila un dossier per ogni impiegato. L’atto di ribattere viene chiamato "disobbedienza", proprio come se il lavoratore fosse un bambino impertinente. Egli non solo può licenziarti, ma può anche farti perdere il diritto dei sussidio di disoccupazione. Senza necessariamente avallare un tale atteggiamento in rapporto ai bambini stessi, è degno di nota che a scuola e a casa essi ricevono lo stesso trattamento, giustificato nel loro caso da una supposta immaturità. E che cosa fa venire in mente tutto ciò riguardo i loro genitori o i loro insegnanti in quanto lavoratori?
Per decenni, e per la maggior parte delle loro vite, l’umiliante sistema di dominio che ho descritto regola più della metà del tempo che la maggior parte delle donne e la stragrande maggioranza degli uomini passano in stato di veglia. In rapporto a certi scopi, non è troppo fuorviante chiamare il nostro sistema democrazia, oppure capitalismo, o meglio ancora industrialismo, ma i termini più appropriati sarebbero fascismo e oligarchia d’ufficio. Chiunque dica che certe persone sono "libere" mente o è uno sciocco. Tu sei quello che fai: se fai un lavoro stupido, noioso, monotono, hai buone probabilità di diventare stupido, noioso e monotono. Il lavoro è la migliore spiegazione per il cretinismo servile da cui siamo circondati, ancor più dei pur potenti meccanismi di istupidimento rappresentati dalla televisione e dal sistema di istruzione. Gente irreggimentata per tutta la vita, sospinta al lavoro dalla scuola, rinchiusa nella famiglia all’inizio della loro vita e in una casa di cura alla fine, non può che essere assuefatta alla gerarchia e mentalmente schiava. Ogni attitudine all’autonomia risulta talmente atrofizzata che la paura della libertà è tra le fobie che in loro appaiono razionalmente fondate. L’addestramento alle dedizione verso il lavoro ha luogo nelle loro famiglie di provenienza, ma anche nell’ambito della politica, della cultura, e in ogni altro campo di attività, riproducendo così il sistema in più di una maniera. Una volta che la vitalità della gente sia stata loro sottratta nell’ambito del lavoro, è molto probabile che costoro si sottometteranno alla gerarchia e agli specialisti in rapporto ad ogni altra attività. Ci sono abituati.
Siamo così immersi nel mondo del lavoro che non possiamo renderci completamente conto di quanto esso determini la nostra esistenza. Dobbiamo così affidarci ad osservatori esterni, prodotto di altre epoche e di altre culture, se vogliamo essere in grado di percepire pericoli e il carattere patologico della nostra presente condizione. Nel nostro passato vi fu un’epoca in cui "l’etica del lavoro" sarebbe stata comprensibile, e forse Weber era sulla strada giusta quando collegò la sua scomparsa all’avvento di una nuova religione, il calvinismo, poiché se tale etica fosse comparsa oggi invece di 4 secoli fa sarebbe stata appropriatamente e immediatamente riconosciuta come il prodotto di una scelta. Comunque stiano le cose, possiamo solo far ricorso alla saggezza degli antichi se vogliamo collocare il lavoro in una prospettiva storica. Gli antichi considerano il lavoro per ciò che effettivamente è, ed il loro punto di vista prevalse, nonostante le eccentricità calviniste, fino a quando le loro idee non vennero cancellate dall’industrialismo, ma non prima di ricevere l’approvazione dei suoi stessi profeti.
Ammettiamo per un momento la falsità della tesi secondo la quale il lavoro riduce l’uomo ad una condizione di insensata sottomissione. Ammettiamo pure, a dispetto di ogni plausibile visione della psicologia umana e dell’ideologia degli imbonitori, che il lavoro non abbia alcun effetto sulla formazione del carattere. E conveniamo ancora che il lavoro non sia così noioso, faticoso e umiliante come ben tutti sappiano esso sia nella realtà. Anche se così fosse, la realtà del lavoro mostrerebbe ancora quanto siano derisorie tutte le prospettive a carattere umanistico e democraticistico ad esso connesse, e ciò proprio in quanto esso usurpa una parte così rilevante del nostro tempo. Socrate disse che i lavoratori manuali diventano dei cattivi amici e pessimi cittadini, e ciò in quanto non dispongono del tempo necessario all’adempimento dei doveri inerenti all’amicizia e alla cittadinanza. Aveva perfettamente ragione. A causa del lavoro, qualunque cosa facciamo, la facciamo guardando l’orologio. Ciò che è "libero" nel cosiddetto tempo libero, è nient’altro che un insieme di attività paralavorative che oltre tutto non costano nulla al padrone. Infatti, il tempo libero è dedicato soprattutto a prepararsi al lavoro, a tornare dal lavoro, a riposarsi dal lavoro. Il tempo libero è un eufemismo che allude al è particolare carattere del lavoro come fattore di produzione, costituito dal fatto che esso non solo provvede a sue spese al proprio trasporto al e dal posto di lavoro, ma si assume l’onere principale per quanto concerne la propria manutenzione e la relativa messa a punto. Il carbone e l’acciaio questo non lo fanno. Il tornio e la macchina da scrivere neppure. Mentre i lavoratori sì. Nessuna meraviglia se Edward G. Robinson in uno dei suoi film di gangster proclama: "Il lavoro è per gli imbecilli!".
Sia Platone che Senofonte attribuiscono a Socrate – ed ovviamente siamo d’accordo con lui – una profonda consapevolezza circa gli effetti distruttivi del lavoro sul lavoratore, sia in quanto cittadino che come essere umano. Erodoto considerava il disprezzo per il lavoro come un tratto caratteristico della Grecia classica al culmine della sua fioritura. Traendo dalla civiltà romana un solo esempio, osserviamo che Cicerone affermava: "Chiunque offra il suo lavoro in cambio di denaro vende se stesso, e pone sé medesimo nel novero degli schivi". Oggigiorno una tale franchezza è molto rara, ma le attuali società primitive, quelle che noi guardiamo dall’alto in basso, ci mandano messaggi che hanno influenzato gli antropologi occidentali. I Kapauku della Nuova Guinea occidentale, secondo Posposil, hanno una concezione equilibrata della vita, e coerentemente ad essa lavorano solo a giorni alterni, essendo il giorno del riposo destinato "a riguadagnare il potere perduto e la salute". I nostri antenati, ancora alla fine del XVIII secolo, quando già si erano inoltrati lungo il cammino che porta alla nostra triste situazione attuale, almeno erano consapevoli di ciò che noi abbiamo dimenticato, cioè del lato oscuro dell’industrializzazione. La loro osservanza riguardo il "Santo Lunedì" – cioè la pratica de facto della settimana di cinque giorni 150-200 anni prima della sua instaurazione per legge – era la disperazione dei primi proprietari di industria. Fu necessario molto tempo prima che essi accettassero la tirannia della sirena, strumento che precede l’orologio a sveglia. Infatti, fu necessario per un paio di generazioni sostituire gli adulti maschi con donne abituate all’obbedienza, e bambini che potevano essere plasmati secondo le necessità della produzione industriale. Perfino i contadini sfruttati nell’ancien regìme riuscivano a strappare una considerevole quantità di tempo ai proprietari terrieri. Secondo Lafaegue, un quarto del calendario dei contadini francesi era dedicato alle domeniche e ad altre festività, e le cifre, desunte da Chaynov relative a villeggi della Russia zarista, che è arduo qualificare come società progressista, mostrano analogamente che i contadini dedicavano al riposo un quarto o un quinto dei loro giorni. In rapporto al livello di produttività siamo ovviamente molto indietro rispetto a queste società arretrate. I mugiki sfruttati sarebbero molto stupiti del fatto che vi sia ancora qualcuno di noi che lavori. E noi dovremmo condividere tale stupore.
Comunque, al fine di comprendere pienamente la profondità del deterioramento della nostra condizione consideriamo ora la vita dell’umanità primitiva, senza stato e proprietà, quando conducevano un’errabonda esistenza come cacciatori e raccoglitori. Hobbes presume che la loro vita fosse pericolosa, brutale e breve. Anche altri sostengono che allora la vita fosse una lotta continua e disperata per la sopravvivenza, una guerra contro una Natura ostile, con la morte e ogni genere di sventure in agguato per i meno fortunati, o per chiunque si fosse rivelato inadatto alla sfida posta dalla lotta per l’esistenza. In realtà tale idea rappresenta nient’altro che una proiezione del timore diffuso nell’Inghilterra di Hobbes ai tempi della Guerra Civile, e proprio di comunità non abituate a fare a meno dell’autorità, riguardo un possibile crollo della struttura dello Stato. I connazionali di Hobbes avevano già incontrato forme alternative di società che mostravano altri modi di vita – particolarmente nel Nord America – ma queste erano già troppo lontane dalla loro esperienza per essere comprensibili. (I ceti inferiori, più alle condizioni degli Indiani, potevano comprendere meglio questo modo di esistenza e spesso ne furono attratti: durante tutto il XVII secolo i coloni inglesi abbandonarono il loro mondo unendosi alle tribù indiane, oppure quando vennero catturati in guerra, rifiutarono di tornare. Mentre gli indiani non si rifugiavano presso gli insediamenti dei bianchi, non più di quanto i tedeschi saltassero il muro di Berlino da ovest verso est). Il darwinismo, nella versione "della sopravvivenza del più adatto" – cioè quella di Thomas Huxley – costituisce più una fedele immagine della condizioni economiche dell’Inghilterra vittoriana di quanto fosse della selezione naturale, come l’anarchico Kropotkin dimostrò nel suo libro Il Mutuo Appoggio, un fattore dell’evoluzione. (Kropotkin fu uno scienziato – un geografo – che ebbe modo, del tutto involontariamente, di sperimentare a fondo il lavoro dei compi quando venne esiliato in Siberia: sapeva di cosa stava parlando). Come la maggior parte delle teorie sociali politiche, ciò che Hobbes e i suoi successori hanno raccontato appare null’altro che qualcosa di simile ad una autobiografia non autorizzata. L’antropologo Marshall Sahlins, studiando i dati disponibili sugli attuali cacciatori-raccoglitori, confutò il mito hobbesiano in un articolo intitolato "L’originaria società dell’abbondanza". Infatti, essi lavorano molto meno di noi, ed è difficile distinguere il loro lavoro da ciò che noi chiamiamo gioco. Sahlins conclude che "cacciatori e raccoglitori lavorano meno di noi; la ricerca di cibo, invece di essere un compito continuo, è un’attività saltuaria mentre dispongono di molto tempo da dedicare al riposo, e la quantità di tempo da dedicare al riposo, e la quantità di tempo consacrata al sonno da ciascun individuo nel corso di un anno è molto maggiore che in qualsiasi altro tipo di società". Essi "lavorano" in media quattro ore al giorno, presumendo che si possa ancora chiamare lavoro tale attività. Il loro "lavoro" così come esso ci appare, è un lavoro altamente qualificato che coinvolge tutte le loro capacità fisiche ed intellettuali; un lavoro non qualificato su larga scala, dice Sahlins, è impossibile eccetto che nell’industrialismo. Pertanto, tale attività è adeguata alla definizione di gioco data da Friedrich Schiller, secondo la quale esso costituisce l’unico ambito in cui l’uomo può realizzare completamente la sua umanità, "mettendo in gioco" entrambi i lati della sua duplice natura, cioè intelletto e passione.
Così egli afferma: "l’animale lavora quando la privazione diventa l’impulso fondamentale della sua attività e gioca quando l’impulso fondamentale proviene dalla pienezza delle sue forze, quando una vitalità sovrabbondante diviene il proprio stimolo all’attività". (Una versione moderna di tale concezione – ma è dubbio che abbia carattere evolutivo – è data dalla contrapposizione che Abraham Maslov postula tra motivazione da "deprivazione" e motivazione da "crescita"). In rapporto alla produzione, gioco e libertà sono coestensivi. Anche Marx, che (nonostante tutte le sue buone intenzioni) appartiene al pantheon dei produttivisti, osserva che: "Di fatto il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e finalità esterna". Infatti, non giunge mai del tutto a definire questa felice condizione per quella che è, cioè come abolizione del lavoro – sarebbe piuttosto anomalo, del resto essere a favore dei lavoratori ma contro il lavoro – mentre noi possiamo permettercelo.
L’aspirazione ad andare indietro, o avanti, verso una vita senza lavoro è evidente in ogni seria storia sociale o culturale dell’Europa pre-industriale, tra cui England in transition di M. Dorothy George e Popular culture in early modern Europe di Peter Burke. Risulta pertinente anche il saggio di Daniel Bell "Il lavoro e le sue insoddisfazioni", che costituisce, a quanto ne so, il primo scritto che si diffonda con tale ampiezza sulla "rivolta contro il lavoro", saggio che, quando venga rettamente interpretato, incrina fortemente il generale compiacimento che circonda il volume in cui esso compare, cioè, The End of Ideology. Né i critici né gli elogiatori hanno notato che la tesi di Bell sulla fine delle ideologie segnalava non la fine dei movimenti sociali ma l’inizio di una nuova fase, per la quale non esistono mappe, libera e non conforme ad alcuna ideologia. Fu Seymour Lipset (in Political man), e non Bell di certo, ad annunciare nello stesso periodo che: "I problemi fondamentali della rivoluzione industriale sono stati risolti", e ciò solo pochi anni prima che l’insoddisfazione, fosse essa post-modena o meta-industriale, manifestata dagli studenti del suo college inducesse Lipset ad abbandonare l’UC di Berkley per la situazione relativamente (e temporaneamente) più tranquilla che gli offriva Harvard.
Così come rileva Bell, in La ricchezza delle nazioni, Adam Smith, nonostante tutto il suo entusiasmo per il mercato e la divisione del lavoro, era più consapevole (ed anche più onesto) riguardo il lato sgradevole del lavoro di Ayn Rand, gli economisti di Chicago, o qualche altro moderno epigono di Smith. Smith osserva: "Le doti intellettuali della maggior parte degli uomini sono necessariamente determinate dalle loro occupazioni ordinarie. Un uomo la cui vita trascorre nello svolgimento di qualche semplice operazione (…) non ha occasione di esercitare la sua intelligenza (…). Generalmente diventa stupido e ignorante come solo un uomo può diventarlo". Qui, in queste poche aspre parole, è compiutamente espressa la mia critica del lavoro. Bell, scrivendo nel 19756, cioè nell’Età dell’Oro dell’imbecillità eisenhoweriana e dell’autocompiacimento americano, già avvertiva il malessere disorganizzato, e non organizzabile, così come si sarebbe poi manifestato nel 1970; quel malessere che nessuna tendenza politica era in grado di sfruttare; quello che veniva riconosciuto nel rapporto redatto dalla HEW "Working America"; quello stesso malessere che non si prestava ad essere recuperato e così veniva ignorato. Tale problema è costituito dalla rivolta contro il lavoro. Esso non compare negli scritti di alcun economista del laissez faire –Milton Friedman, Murray Rothbard, Richard Posner – poiché, per esprimersi come gli eroi di Star Trek, "non quadra".
Se queste obiezioni, informate all’amore della libertà, non riescono a persuadere gli umanisti a compiere una svolta utilitaristica o anche paternalistica, vene sono altre delle quali non possono non tener conto. Possiamo affermare, prendendo a prestito il titolo del libro, che il lavoro è un rischio per la tua salute. Infatti il lavoro è un assassinio di massa, cioè un genocidio. Direttamente o indirettamente il lavoro ucciderà la maggior parte delle persone che legge queste righe. Tra i 14.000 e i 25.000 lavoratori vengono uccisi ogni anno in questo paese dal loro lavoro. Oltre 2 milioni rimangono invalidi. I feriti ammontano a 20-25 milioni ogni anno. E queste cifre si basano su di una stima molto cauta di quello che costituisce un danno causato da attività lavorative, cioè non viene incluso mezzo milione di casi di malattie professionali che insorgono ogni anno. Ho avuto tra le mani un testo di medicina del lavoro spesso 1.200 pagine. Anche questo tocca a mala pena la superficie del problema. Le statistiche disponibili comprendono i casi più evidenti, come i 100.000 minatori che contraggono la silicosi, dei quali 4.000 muoiono ogni anno, cioè una percentuale di decessi che risulta, ad esempio, più elevata di quella dell’AIDS, malattia cui i media prestano così tanta attenzione. Tutto ciò riflette l’assunto non dichiarato secondo il quale i pervertiti afflitti dall’AIDS dovrebbero controllare la loro depravazione, mentre coloro che estraggono il carbone svolgono un’attività sacrosanta e fuori discussione. Quello che le statistiche non lasciano trapelare è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a 10 milioni di persone, ciò che, d’altra parte, è il significato proprio del termine omicidio. Ci riferiamo a quei dirigenti che si ammazzano di lavoro all’età di 50 anni, ci riferiamo a tutti i dipendenti.
Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente al lavoro, ciò può tranquillamente accaderci mentre ci rechiamo al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando, o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti d’auto stavano svolgendo una di queste attività legate al lavoro, oppure vennero travolte da qualcuno impegnato in esse. A questo computo dei cadaveri, pur così ampliato, occorre aggiungere le vittime dell’inquinamento industriale, del traffico automobilistico, dell’alcolismo indotto dal lavoro e del consumo di droga. Anche il cancro e le malattie cardiocircolatorie sono dei mali moderni, e normalmente sono attribuibili, direttamente o indirettamente, al lavoro.
Il lavoro, dunque, istituzionalizza l’omicidio come modo di vita. La gente pensava che i cambogiani fossero pazzi dal momento che si sterminavano fra loro in quel modo, ma noi siamo poi molto diversi? In fondo il regime di Pol-Pot, per quanto in modo confuso, si poneva nella prospettiva di una società egualitaria. Noi sterminiamo la gente in ecatombi esprimibili in numeri di 6 cifre (come minimo) per vedere Big Mac e Cadillac ai superstiti. I nostri 40 o 50 mila morti, che registriamo annualmente sulle nostre autostrade sono vittime, non martiri. Muoiono per nulla – o piuttosto, muoiono per il lavoro. Ma il lavoro è nulla, e non vale la pena di morire per esso.
Cattive notizie per i progressisti: in un contesto che si presenta come una questione di vita o di morte i palliativi di tipo normativo sono inutili. A livello federale, all’Occupational Safety and Health Administration venne affidata la vigilanza per quanto concerne il problema centrale, cioè la sicurezza sul posto di lavoro. Ma anche prima che Reagan e la Corte Suprema ne paralizzassero l’attività, la OSHA era già una farsa. Nonostante i precedenti (e confronto agli standard attuali) generosi livelli di finanziamento dell’era Carter, ci si poteva aspettare mediamente un’ispezione casuale ad un posto di lavoro, da parte di un funzionario dell’OSHA, una volta ogni 46 anni.
Affidare il controllo dell’economia dello stato non è una soluzione. Semmai, il lavoro è più pericoloso in uno stato socialista che altrove. Migliaia di lavoratori russi sono stati uccisi o feriti durante la costruzione della metropolitana a Mosca. Voci pervenute attorno ad incidenti verificatesi nell’Unione Sovietica e passati sotto silenzio, fanno sembrare Times Beach e Three Mile Island semplici esercitazioni di allarme aereo per le scuole elementari. D’altro canto, la deregulation, ora di moda, non serve molto, anzi probabilmente peggiora la situazione. Fra le altre cose, anche dal punto di vista della salute e della sicurezza, il lavoro mostrava il suo lato peggiore proprio nel periodo in cui l’economia più si avvicinava al modello laizzer-faire. Storici come Eugene Genovese, analogamente a quanto affermavano gli apologeti della schiavitù prima della guerra di secessione, hanno sostenuto in maniera persuasiva la tesi secondo la quale i salariati degli stati del Nord America e dell’Europa stavano peggio degli schiavi nelle piantagioni del sud. È chiaro che nessun mutamento di rapporti tra burocrati e uomini d’affari può cambiare qualcosa per quanto concerne la produzione. L’imposizione di misure coercitive, o anche solo l’applicazione che in teoria l’OSHA potrebbe imporre della piuttosto vaga normativa vigente, comporterebbe probabilmente il blocco dell’economia. Chiaramente i funzionari competenti se ne rendono conto, poiché finora non hanno nemmeno tentato di diventare più severi coi trasgressori.
Quello che ho detto finora probabilmente non susciterà grandi opposizioni. Molti lavoratori sono stufi del lavoro. Si manifestano forti e crescenti tassi di assenteismo, dimissioni, furti e sabotaggi compiuti da dipendenti, scioperi spontanei e soprattutto frodi sul lavoro. Ciò può significare che vi è un movimento verso il futuro cosciente e non solo viscerale del lavoro. Eppure, l’idea prevalente universalmente diffusa sia tra i padroni e i loro agenti, che tra i lavoratori stessi, è che il lavoro sia inevitabile e necessario.
Non sono d’accordo. È possibile fin d’ora abolire il lavoro e sostituirlo, nella misura in cui sia finalizzato a scopi utili, con una molteplicità di attività libere e di nuovo genere. Al fine di abolire il lavoro è necessario procedere lungo due direzioni, una quantitativa e l’altra qualitativa. Per quanto riguarda il lato quantitativo, dobbiamo decurtare massicciamente la quantità complessiva di lavoro che è necessario effettuare. A tutt’oggi la maggior parte del lavoro è inutile, o peggio che inutile, e noi semplicemente dobbiamo liberarcene. D’altra parte – e penso che qui sia il punto cruciale di tutta la questione e il nuovo punto di partenza per il movimento rivoluzionario – dobbiamo analizzare il lavoro utile rimasto e trasformato in una piacevole varietà di passatempi simili, al tempo stesso, sia gioco che ad attività produttiva, cioè indistinguibili da altri passatempi salvo che per essi si dà il caso che generino un prodotto finale utile. Di sicuro ciò che non li renderebbe per questo meno allettanti di altri divertimenti. Da questo momento tutte le barriere artificiali derivanti da rapporti di potere e di proprietà potrebbe venir meno. La creazione potrebbe diventare ricreazione. E potrebbe cessare ogni diffidenza gli uni verso gli altri.
La mia ipotesi non è che la maggior parte del lavoro sia recuperabile in questo modo. Ma che, in tal caso, per la maggior parte di esso non varrebbe nemmeno la pena di tentarne il recupero. Infatti, solo una piccola, e sempre decrescente, parte del lavoro sociale serve a fini che siano realmente utili, e non connessi alla difesa e riproduzione dell’attuale sistema di lavoro, e delle sue sovrastrutture giuridiche e politiche. Vent’anni fa, Paul e Percival Goodman stimavano che il solo 5% del lavoro svolto – e presumibilmente questa cifra, se esatta, sarebbe ora perfino inferiore – sarebbe sufficiente a soddisfare i nostri bisogni minimali per il cibo, il vestiario e l’abitazione. La loro era solo una timida congettura ma la questione principale è abbastanza chiara: direttamente o indirettamente, la maggior parte del lavoro viene svolto a fini produttivi attinenti la circolazione delle merci e il controllo sociale. In un batter d’occhio potremmo liberare dal lavoro 10 milioni di commessi, militari, manager, poliziotti, agenti di borsa, preti, banchieri, avvocati, insegnanti, proprietari, addetti alla sicurezza, pubblicitari, e tutti quelli che lavorano per loro. Si verificherebbe una reazione a catena per cui ogni volta che viene disattivato qualche pezzo grosso, vengono liberati anche i suoi scagnozzi e tirapiedi. In tal modo l’economia implorerebbe. Il 40% della forza lavoro è costituita da colletti bianchi, e la maggior parte di loro svolge un lavoro trai più noiosi ed idioti che si possano immaginare. Industrie intere, assicurazioni, banche e agenzie immobiliari, ad esempio, sono costituite da nient’altro che da un inutile afflusso di cartaccia. Non è un caso che il "settore terziario", cioè il settore dei servizi, si stia ampliando, mentre il "settore secondario" (l’industria) sia stagnante, mentre il "settore primario" (l’agricoltura) sia sul punto si scomparire. Poiché il lavoro non è necessario se non per coloro ai quali esso assicura il potere, i lavoratori vengono trasferiti da occupazioni relativamente utili ad altre relativamente meno utili, proprio in quanto ciò costituisce una misura finalizzata a garantire l’ordine pubblico. Qualsiasi cosa è meglio che il far niente. Questo è il motivo per cui tu non puoi semplicemente andare a casa quando il lavoro è finito prima del tempo. Vogliono il tuo tempo, e in misura sufficiente da farti loro, anche se della maggior parte di quel tempo non sanno che farsene. Altrimenti perché la settimana lavorativa media non è scesa che di qualche minuto negli ultimi 50 anni?
E ora passiamo ad applicare la nostra mannaia anche al lavoro produttivo stesso. Non più produzioni belliche, energia nucleare, prodotti alimentari scadenti, deodoranti per l’igiene intima femminile, e soprattutto chiuso ogni discorso riguardo l’industria automobilistica. Una Stanley Steamer o una Model-T d’occasione possono andare bene, mentre l’autoerotismo da cui dipendono lazzaretti come Detroit e Los Angeles è fuori questione. E subito, senza neanche muovere un dito, abbiamo virtualmente risolto la crisi energetica, la crisi ambientale ed equilibrato altri insolubili problemi sociali.
Infine, dobbiamo abolire ciò che rappresenta di gran lunga la più di diffusa occupazione, quella con l’oratorio prolungato, il compenso più basso, e che comporta alcuni dei compiti più noiosi che sia dato vedere. Mi riferisco alle nostre casalinghe, quelle che svolgono i lavoro domestici e allevano bambini. Con l’abolizione del lavoro salariato e con il raggiungimento del pieno dis-impegno, viene scardinata la divisione sessuale del lavoro. La famiglia nucleare così come la conosciamo costituisce un inevitabile adattamento alla divisione del lavoro imposta dal moderno lavoro salariato. Che ci piaccia o meno, così stanno le cose, da uno o due secoli a questa parte, risulta più razionale, dal punto di vista economico, che l’uomo si guadagni lo stipendio, che la donna svolga quel lavoro di merda costituito dal costruire per lui un rifugio in questo mondo senza cuore, e che il bambino venga avviato verso quei campi di concentramento per i giovani chiamati "scuole"; e questo in primo luogo per allontanarli dalle braccia materne pur mantenendo ancora un certo controllo familiare, ma incidentalmente anche per acquisire quella consuetudine all’obbedienza e alla puntualità così necessaria ai lavoratori. Se vuoi liberarti dal patriarcato, devi sbarazzarti della famiglia nucleare, il cui lavoro "sommerso" non pagato, secondo quanto affermava Ivan Illich, rende possibile il sistema di lavoro che ne rende necessaria l’esistenza. Parte integrale di questa strategia pacifica è la abolizione dell’infanzia e la chiusura delle scuole. In questo paese ci sono più studenti a tempo pieno che lavoratori a tempo pieno. Abbiamo bisogno che i bambini diventino insegnanti, e non studenti. Essi possono dare un grosso contributo alla rivoluzione ludica perché meglio degli adulti sanno come si gioca. Adulti e bambini non sono identici ma potrebbero diventare uguali attraverso l’interdipendenza. Solo il gioco può colmare il gap generazionale.
Finora non ho nemmeno accennato alla possibilità di ridurre il poco lavoro rimanente tramite l’automazione e la cibernetica. Tutti gli scienziati, gli ingegneri, i tecnici liberarti dal fastidioso impegno costituito dalla ricerca a fini bellici, o indirizzata a pianificare l’obsolescenza delle merci, potrebbero applicarsi al piacevole compito di progettare dispositivi atti ad eliminare la fatica, la noia, e il pericolo da lavori come l’attività estrattiva nelle miniere. Senza dubbio troverebbero altri progetti con cui dilettarsi. Forse istituiranno un sistema integrato di comunicazione multimediale esteso a tutto il mondo, oppure fonderanno colonie nello spazio cosmico. Forse. Per quanto mi riguarda non sono un maniaco della tecnologia. Non vorrei vivere in un paradiso fatto di pulsanti. Non desidero robot schiavi che fanno tutto; voglio farmi le mie cose da solo. Credo che esista spazio per una tecnologia che faccia risparmiare fatica, ma uno spazio modesto. Le testimonianze storiche e preistoriche non sono incoraggianti. Quanto la tecnologia produttiva si evolse da quella propria dei cacciatori-produttori a quella agricola ed industriale, il lavoro aumentò mentre l’abilità individuale e la capacità di determinare la propria vita diminuirono. L’ulteriore evoluzione dell’industrializzazione accentuò quella che Harry Braveman chiama la degradazione del lavoro. Gli osservatori più avvertiti sono sempre stati consapevoli di tale fenomeno. John Stuart Mill scrisse che tutte le invenzioni che finora sono state escogitate per risparmiare fatica non hanno mai fatto risparmiare effettivamente un solo attimo di lavoro. Karl Marx scrisse che: "Sarebbe possibile scrivere una storia delle invenzioni, a partire dal 1830, con il fine esclusivo di fornire al capitale armi contro le rivolte della classe lavoratrice". I tecnofili entusiasti – quali Saint Simon, Comte, Lenin, B.F. Skinner – hanno mostrato altresì di essere granitiche personalità autoritarie; vale a dire, dei tecnocrati. Siamo oltremodo scettici riguardo alla promesse dei mistici dei computer. Costoro lavorano come cani; è probabile che, se avranno via libera, lo stesso accada per tutti gli altri. Ma se possono offrire qualche particolare contributo più direttamente subordinabile a fini umani che la corsa all’alta tecnologia, diamo pure loro ascolto.
Ciò che essenzialmente vorrei vedere realizzato è la trasformazione del lavoro in gioco. Il primo passo sarà cancellare le nozioni di "mansione" e "occupazione". Anche per quelle attività che presentano già ora qualche contenuto ludico, accade che ne perdano la maggior parte dal momento che esse vengono ridotte ad attività imposte a certi individui, e solo a loro, mentre ne vengono esclusi gli altri. Non è strano che i braccianti agricoli si affatichino penosamente nei campi mentre i loro padroni, che vivono in ambienti dotati di aria condizionata, ogni week-end stiano in casa e qui si dilettino con lavori di giardinaggio? Sotto un sistema di festa permanente, saremo testimoni della nascita di una nuova Età dell’Oro del grande dilettantismo, evento che oscurerà l’età rinascimentale. Non esisteranno più lavori ma cose da fare e persone per farle.
Il segreto per volgere il lavoro in gioco, come già dimostrò Charles Fourier, sta nell’organizzare utili traendo profitto da qualsiasi cosa diversi individui in tempi diversi di fatto già amino fare. Al fine di rendere possibile per gli individui fare le cose che amerebbero fare, è sufficiente eliminare l’irrazionalità e le deformazioni che minano queste attività nel momento in cui vengono ridotte a lavoro. Ad esempio, mi piacerebbe impegnarmi un po’ (non troppo) nell’insegnamento, ma non voglio avere un ruolo autoritario con gli studenti, e non desidero fare il leccapiedi di qualche patetico pedante per ottenere un incarico.
In secondo luogo, vi sono cose che gli uomini amano fare di tanto in tanto, ma non troppo a lungo, e di certo non per sempre. Può essere gradevole fare il mestiere di baby-sitter per qualche ora, in quanto così si può condividere la compagnia dei piccoli, ma non così a lungo come i loro genitori. I genitori, nondimeno, danno gradevole valore al tempo di libertà che in tal modo viene loro dato disponibile, mentre diventano ansiosi se rimangono lontani dalla loro prole troppo a lungo. Sono queste differenze tra gli individui quelle che rendono possibile una vita di libero gioco. Lo stesso principio può essere applicato in molti altri campi di attività, e soprattutto in quelle a carattere primario. Così molte persone si divertono a cucinare quando lo possono fare davvero a loro piacere, ma non quando, per lavoro, devono alimentare corpi umani.
Terzo – a parità di condizioni – alcune cose che sono sgradevoli se fatte soli o in un ambiente spiacevole, oppure agli ordini di un padrone, diventano piacevoli, almeno per qualche tempo, se tali circostanze vengono modificate. Probabilmente questo è vero, in qualche misura, per tutti i lavori. La gente può dispiegare la propria ingegnosità altrimenti sprecata trasformando in una gara, nel miglior modo possibile, il meno allettante dei lavori di fatica. Attività che interessano alcune persone non sempre interessano tutti; ma tutti, almeno potenzialmente, posseggono una certa varietà di interessi ed un certo interesse per la varietà. Secondo la nota massima: "Ogni cosa almeno una volta". Fourier fu maestro nell’escogitare modi in cui le inclinazioni più aberranti e perverse potessero trasformarsi in attività utili in una società post-civilizzata, quella che egli denominò Armonia. Pensava che l’imperatore Nerone avrebbe lavorato molto bene se da bambino avesse potuto soddisfare la sua propensione verso gli spargimenti di sangue in un macello. I bambini più piccoli, che notoriamente amano voltarsi nel sudiciume, potrebbero essere organizzati in "Piccole Orde" che pulirebbero le latrine e svuoterebbero i contenitori della spazzatura, con l’assegnazione di medaglie ai migliori. Non voglio proporre in concreto proprio questi specifici esempi, ma il principio che li fonda penso dia il senso preciso di una delle dimensioni di ogni radicale trasformazione rivoluzionaria. Occorre tener presente che non dobbiamo prendere il lavoro tale quale come si presenta oggi e abbinarlo alle persone adatte, alcune delle quali potrebbero anche essere dei pervertiti. Se la tecnologia può avere un ruolo in tutto ciò, sarà più quello di aprire nuovi orizzonti alla ri/creazione, che di automatizzare il lavoro cancellandolo completamente. In una certa misura vogliamo tornare all’artigianato, attività che William Morris considerava il probabile ed auspicabile esito della rivoluzione comunista. L’arte verrà recuperata dalle mani degli snob e liberata dall’ambiente dei collezionisti, abolita come categoria specialistica rivolta ad un pubblico elitario, e i suoi contenuti estetici e creativi restituiti alla pienezza della vita cui furono sottratti dal lavoro. Vi è da riflettere sul fatto che i vasi attici di cui tessiamo le lodi, e che esponiamo nei musei, nella loro epoca vennero usati per conservare le olive. Dubito che i nostri manufatti comuni avranno una sorte così gloriosa in futuro, se mai ne avranno una. Il fatto è che non esiste qualcosa di simile al progresso nel mondo del lavoro. Semmai è proprio il contrario. Non dovremmo esitare a prendere dal passato quello che ci può offrire: gli uomini del passato sicuramente non ci perdono nulla, mentre noi ne veniamo arricchiti.
La reinvenzione della vita quotidiana significa andare al di là dei margini delle nostre mappe. Ed è vero che, in merito, esiste una corrente di pensiero molto più suggestiva di quanto la gente possa immaginare. Oltre a Fourier e a Morris – e anche a qualche allusione, qua e là, di Marx – ci sono gli scritti di Kropotkin, degli anarcosindacalisti Pataud e Pouget, di vecchi anarcocomunisti (Berkman) e di nuovi (Bookchin). La Communitas dei fratelli Goodman è esemplare nell’illustrare quale forma consegue da una data funzione (scopo), e c’è qualcosa da recuperare dagli stessi confusi apologeti della tecnologia alternativa/appropriata/intermedia/conviviale come Schumacher e specialmente Illich, una volta disattivate le loro macchine fumogene. I situazionisti – come Vaneigem nel Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni, e l’antologia dell’Internazionale Situazionista –sono tanto implacabilmente lucidi quanto esilaranti, anche se non superano mai completamente la contraddizione consistente nel sostenere da una parte il potere dei consigli operai e dall’altra l’abolizione del lavoro. Tuttavia, la loro incongruenza è preferibile a tutte le versioni del sinistrismo ancora in circolazione, i cui adepti appaiono come gli ultimi difensori del lavoro, ciò evidentemente in quanto se non esistesse il lavoro non vi sarebbero lavoratori, e in assenza di lavoratori, chi mai potrebbe organizzare la sinistra?
Pertanto gli abolizionisti si trovano in tale prospettiva ad essere nettamente soli. Nessuno può dire quello che potrebbe risultare dalla liberazione del potere creativo, ora frustrato, dal lavoro. Può accadere di tutto. L’estenuante dibattito del problema dell’opposizione tra necessità e libertà, con i suoi risvolti teologici, si risolve praticamente da sé una volta che la produzione di valore d’uso sia coestensiva all’applicarsi di una piacevole attività ludica.
La vita diventerà un gioco, o piuttosto una molteplicità di giochi, ma non – come accade ora – un gioco a somma zero. Un’intesa ottimale sul piano sessuale è il paradigma di un gioco produttivo. I partecipanti esaltano il piacere l’uno dell’altro, non viene assegnato alcun punteggio, e ognuno vince. Più dai, più ottieni. Nella vita ludica, il meglio del sesso verrà integrato nella parte migliore della vita quotidiana. Il gioco generalizzato porta all’erotizzazione della vita. Il sesso, a sua volta, può diventare meno urgente e disperato, più giocoso. Se giochiamo bene le nostre carte, possiamo prendere dalla vita molto di più di quanto ci mettiamo; ma solo se giochiamo per davvero.
Nessuno dovrebbe mai lavorare. Lavoratori del mondo… rilassatevi.