Una rivoluzione può essere utile. Può ad esempio eliminare alcune storture: la benzina a 2 euro, gli oligopoli industriali e finanziari, le cricche. Una rivoluzione può fare molto, in questo senso. Può togliere di là e portare di qua. Può chiudere fuori per aprire dentro. Può aiutare a crescere, sistemare e mettere in ordine. Può far star meglio. Può, inoltre, obbligare il mondo a fare i conti con essa. Ma le rivoluzioni non si fanno per questi semplici motivi: si può vivere da schiavi e morire come tali senza nemmeno protestare. La storia è un cimitero di civiltà morte su se stesse per l’avidità, l’incapacità di pochi e la pigrizia di molti. Non solo pigrizia, più che pigrizia, in questo caso è doveroso parlare di vecchiaia. I popoli muoiono perché vecchi, stanchi, grassi e presuntuosi. E’ questo il senso della tecnica: l’inutilità dello spirito, della volontà, della giovinezza.
Perciò la politica risulta essere tutto il contrario della tecnica: essa è lotta di fondazione, è lotta per la vita. E’ il senso, irrazionale e inconscio, di stare con i propri simili secondo norme e volontà percepite come giuste e sane. E’, in buona sostanza, cameratismo. Per questo non ci vergogniamo della nostalgia, né di coloro che quasi un secolo fa ebbero la titanica intuizione di piegare la tecnica alla loro meravigliosa giovinezza; per questo, ancora oggi ci permettiamo il lusso di scrivere di finanza e di moneta, di libertà e tirannia, di volontà e schiavitù. Perché vogliamo credere ancora a quella giovinezza, a quell’intuizione rivoluzionaria fermata e demonizzata nel 1945. Non sappiamo a chi darà ragione, infine, la storia. Poco importa, a noi ci dà ragione tutto il resto.
Idee in movimento
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