Ci sono, nel mondo, angoli di terra funestati da immani tragedie ambientali e sociali che i media, vassalli del potere, non hanno particolare interesse a far risaltare nel modo giusto. Uno di questi angoli di terra è il Delta del Niger.
Questo territorio, a partire dal 1959, è ostaggio di compagnie petrolifere senza scrupolo (le prime ad insediarsi e ancora oggi presenti sul posto sono la Shell e la Chevron) che hanno recato e stanno recando danni incalcolabili alla popolazione locale in combutta con il governo nigeriano che, in questa vicenda, assume un ruolo quantomeno ambiguo concedendo licenze e autorizzazioni alle aziende petrolifere, attuando contemporaneamente una forte politica repressiva nei confronti della popolazione locale che si oppone a questo stato di cose.
Per quanto riguarda la ribellione armata alla colonizzazione petrolifera, il maggior gruppo attivo è il MEND (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger) che porta oramai avanti da anni una lotta atta a destabilizzare i rapporti fra governo e multinazionali. Attacchi, sabotaggi e sequestri sono gli strumenti utilizzati da questo gruppo armato che si portò alla ribalta delle cronache nazionali italiane quando, quattro anni fa, rapirono tre tecnici dell’AGIP che furono poi rilasciati incolumi dopo tre mesi di detenzione.
Le rivendicazioni di questa popolazione, circa trenta milioni di persone, sono sacrosante; 50 anni di occupazione da parte delle multinazionali hanno portato alla compromissione delle fonti di ricchezza locali, basate principalmente sulla pesca. Si calcola che, dati di Amnesty International, dal 1959 sono stati riversati nell’ambiente dai nove ai tredici milioni di barili di petrolio, tragedia ambientale seconda solo a quella recente che ha colpito il Golfo del Messico. Un altro abuso contestato dalla popolazione è il gas flaring, ovvero la combustione del metano nell’atmosfera, una pratica altamente inquinante, definita illegale da una sentenza della magistratura nigeriana e ovviamente ignorata dai signori del petrolio. Ha del surreale poi la conversazione fra Ann Pickard,vice presidente esecutivo Shell per l’Africa e Robin Sanders, ambasciatrice USA in Nigeria. Il dialogo, estratto e diffuso da Wikileaks, ci racconta di come la Shell si lamenti della sicurezza gravemente minacciata dagli attacchi dei pirati alle petroliere e della corruzione dei funzionari nigeriani che operano vendite sottobanco di barili di greggio. Come dire, la decenza è per questi signori inversamente proporzionale al potere di cui dispongono.
Il paradosso è poi rappresentato dall’estrema fonte di guadagno di questo business, 600 miliardi di dollari dall’inizio della campagna estrattiva, che pongono il Paese al quinto posto nel mondo in questo settore, ricchezza, questa, nemmeno annusata dagli abitanti del luogo, visti dal grande capitale come semplici virus, scorie che disturbano il profitto.
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