Quel che sta accadendo in questi giorni, fra politica ed economia, non riguarda alcun “complotto”. Il termine “complica” qualcosa che, nella realtà, potrebbe essere più semplice, a dispetto del comportamento “complice” degli attori in commedia.
Chi, su carta o rete, tende a ridurre l’analisi della dittatura monetaria al mero gioco fra complottisti ed anticomplottisti, fra eretici ed ortodossi, alternativi e debunkers, rende uno scarso servizio, spesso interessato, ai propri lettori: confondendoli, spaventandoli o più semplicemente lasciandoli in balia di un apocalittico catastrofismo finanziario.
Nessun complotto, dunque. Piuttosto, ci troviamo di fronte al naturale percorso di un sistema stupido. Stupido, poiché privo di uscita. Come un terminale internet. Stupido, appunto, poiché nato dall’euforia tecnocratica di una “storia finita” (Fukuyama) nella quale non restava in piedi che il mercato globale: fatto al volo, subito, immediatamente, per accumulare l’impossibile, per crescere l’impossibile, quanto il mondo, il giorno dopo la caduta dello spauracchio comunista.
Questo hanno pensato negli anni ’90 le èlite neoliberiste occidentali: aprire il più velocemente possibile nuovi mercati. E aprire al mondo i mercati già esistenti. Da qui la nascita del WTO e il poco noto, sempre troppo poco citato Uruguay Round, sino all’ingresso della Cina nell’Organizzazione stessa. In questi 20 anni l’Occidente ha così trasferito investimenti e produzioni nei nuovi mercati perdendo al suo interno competitività, produttività, risparmio e consumo.
Un’ecatombe nascosta. Fatta di recessioni smentite o, piuttosto, coperte. Da cosa? Indovinato. Da un sistema finanziario che proprio negli anni ’90 veniva deregolamentato e fatto divenire – too big to fail – troppo grosso, troppo grasso, per poter fallire. Così, fra Cds (Credit Default Swap) e Cdo (Collateralized Debt Obligations), le menti del sistema bancario internazionale hanno tentato di mettere la spazzatura sotto il tappeto, drogando letteralmente i conti di Usa ed Ue.
Ma nel 2007 è bastato un piccolo debito subprime inevaso per far crollare il castello di carte. Nei fatti, e non lo diciamo noi piccoli economisti di strada ma i dati di borsa, l’intero sistema bancario occidentale risultava tecnicamente fallito; e Lehman Brothers il più classico dei capri espiatori, il sacrificio religioso necessario a scongiurare possibili e più profonde prese di coscienza.Alla fine del mandato di Barack Obama ci troviamo, dunque, di fronte ad un’economia occidentale in recessione e ad un sistema finanziario atlantico a caccia, bava alla bocca, di ricchezze reali. Entrano così in gioco le speculazioni sui debiti sovrani dei paesi periferici, non protetti da un prestatore di ultima istanza come è la Fed (Federal Reserve) ed in balia delle stesse agenzie di rating americane; entrano in gioco i fiduciari periferici di importanti banche d’investimento come Goldman Sachs che, in Spagna, Irlanda, Portogallo, Italia e Grecia, attraverso meccanismi perfettamente democratici sembrano poter imporre tipiche misure di spoliazione.
Se, quindi, il sistema bancario sostiene virtualmente e da una posizione tecnicamente fallimentare il costo delle obbligazioni dei debiti sovrani (BCE), banche e banchieri “privati” si preoccupano di riscattare, fisicamente, le ricchezze reali per essi e da essi attribuite.
Non ci troviamo, dunque, di fronte ad alcun complotto, ma solo ad un percorso stupido di un sistema stupido, nato per tutelare il debito americano a scapito delle ultime energie produttive della vecchia Europa. Paghiamo così il provincialismo delle nostre classi dirigenti, illogicamente supine a difesa di quel sistema liberale e democratico apertamente fondato sul potere degli istituti finanziari.
E lo facciamo, appunto, senza alcuna coscienza collettiva, ben felici di deprimere il nostro orizzonte temporale e le nostre capacità di crescita, fino a quando non sarà necessario, anzi, obbligatorio, uscire da questa strada senza sbocco. Una strada stupida. Una strada liberal-democratica. Idee in movimento