Difficile argomentare contro la forte presa di posizione del presidente della Repubblica sullo ius soli e a favore di un nuovo modello di cittadinanza. Per due ragioni: essa sfrutta il sentire umanitario comune a tutte le società occidentali; si presenta, inoltre, come razionale forma di “premio” per il contrappeso demografico e fiscale offerto dall’immigrazione ad un paese in crisi di debito e di nascite. Difficile, dunque, obiettare alcunchè senza cadere nella trappola del sociologismo meticcio e nella superstizione razionalista contro ogni forma di appartenenza.
Tuttavia, una più attenta analisi del significato storico dello ius soli può aprire ad una diversa prospettiva. In questo senso risulta palese l’anacronismo di un istituto giuridico nato per soddisfare le esigenze di nazioni economicamente “vuote” come gli Usa e il Sud America del passato; o di nazioni post-coloniali a carattere imperialistico-plebiscitario come Francia e Regno Unito.
Ci troviamo di fronte, quindi, ad un’astrazione storica: quella di un occidente in espansione economico-politica, capace di integrare una vasta immigrazione a bassa qualità lavorativa e salariale, con la promessa istituzionale di una rapida mobilità sociale intergenerazionale. E’ questa, nei fatti, la pericolosa retorica a cui vengono sottoposti gli aspiranti cittadini della “generazione-balotelli”.
Una favola del passato dai risultati poco chiari, come testimoniano le enormi contraddizioni americane, britanniche e francesi, e con la quale gli attuali dati socio-economici stridono impietosamente: quale nuova ricchezza da ridistribuire fra i “nuovi italiani”? Quale prospettiva di partecipazione e realizzazione a lungo termine aldilà dell’allarmismo anti-default?
In questo differente scenario, Giorgio Napolitano e Andrea Riccardi, neo ministro all’integrazione, assomigliano a quel medico orwelliano tanto realista di fronte alle peggiorate condizioni del paziente da raddoppiare le dosi del farmaco nocivo. Non certo per sadismo. Si tratta piuttosto di una visione limitata, incapace di uscire dalle strette stanze della mentalità burocratica.
E’ lo Stato liberal-democratico, assistenziale e irresponsabile, a chiedere e reclamare nuovi cittadini per la sua stessa sopravvivenza, indipendentemente dalle leggi dell’economia, dalle opportunità individuali e dei percorsi storici complessivi. Una sorta di integrazione forzata, come la definisce un pensatore a noi distante come il libertario Hans Hermann Hoppe, finalizzata a mantenere intatte le vecchie forme di clientela e potere.
Vecchi paradigmi, insomma, a cui sfuggono i livelli qualitativi dei nuovi flussi migratori: sempre più studenti provenienti dalle nuove leadership globali (BRIC) destinati a tornare in patria una volta acquisito il livello di conoscenze desiderato; spesso seguiti da un numero importante di laureati italiani privi di sbocchi. Per non parlare dei lavoratori specializzati e degli imprenditori, per loro natura attenti ai flussi di capitale in fuga da italia ed europa. Un saldo decisamente negativo.
I nuovi italiani rischiano così di assomigliare un po’ troppo ai loro solidali autoctoni: privi di idee, a bassa qualifica, basso salario, ipertassati e schiavi di un sistema rappresentativo del tutto autoreferenziale. Un orizzonte temporale non certo fondativo: chi gioca sulla pelle delle masse in fermento a poche miglia da Lampedusa si deve prendere la responsabilità di andare oltre lo spread di domani. Oltre i propri, limitati, interessi mascherati dalla teologia della ragione.
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