lunedì 16 aprile 2012

LAUREA IN MEDICINA? UNO STATUS SYMBOL

Pochi giorni fa abbiamo avuto modo di assistere ad uno strano spettacolo. Una marea di giovani, più di 8000, hanno congestionato il traffico di Roma. Qualcuno ha  addirittura parlato di 22 km di coda,  una sorta di record insomma. Ma a cosa si doveva questo straordinario concentramento? Alle prove d'ammissione per la Facoltà di Medicina dell'università Cattolica. L'ateneo, infatti, registra un incremento dei partecipanti del 13% rispetto al primato dell'anno precedente. Un successo dunque, come giustamente ha rimarcato il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'università romana, ma vediamo di fare un ragionamento più ampio.
Dal 2010 sono sempre di più gli studenti che decidono di puntare su corsi di studio pertinenti all'area sanitaria (26,3%) o a quella scientifica (20,8%). Ben lungi dall'essere folgorati sulla via di Damasco dalla nobile vocazione di curare i malati, questi aspiranti medici compiono un ragionamento ben più pragmatico. In tempi di crisi economica e di materialismo imperante, dove lo spread e gli indici borsistici la fanno da padrone, si ricerca nel “pezzo di carta” l'indubbia garanzia d'accesso al mondo del lavoro. Senza dubbio sono gli studi medici a permettere un discorso di questo tipo; gli stessi garantiscono una quasi totale corrispondenza tra titolo di studio e ambito lavorativo in cui trovare sbocco. Al contrario lauree di tipo umanistico, quando permettono di trovare un posto di lavoro, non è nel campo di specializzazione per cui ci si è formati. Anzi, molti laureati, in particolar modo “triennalisti”, ricoprono ruoli nei quali la laurea non è nemmeno richiesta.
Tenendo presente ciò non è sbagliato vedere in questi test d'ingresso dei “viaggi della speranza”, termine che forse richiama alla mente “barconi” carichi di migranti nel mezzo del Mediterraneo, ma tuttavia calzante. Non a caso, se osserviamo ancora una volta i dati forniti dalla Cattolica, ciò che salta all'occhio è che gli iscritti al test provengono da ogni regione d'Italia e in particolare dal Sud.
Quanto detto finora dovrebbe far riflettere sulla qualità delle riforme avvenute nel campo dell'istruzione pubblica dal dopoguerra ad oggi. Pur procedendo ultimamente quasi a ritmo di una all'anno, queste“riforme” non hanno fatto che tradursi in una serie di tagli, sempre più decisi, dei fondi destinati all'istruzione e alla ricerca. Nell'immaginario collettivo si è inoltre formata l'idea che l'università sia una tappa forzata per entrare nel mondo del lavoro; ciò è dimostrato dal fatto che tra i neo-diplomati quelli che decidono di non intraprendere una carriera universitaria siano una netta minoranza (sarà  indice del fatto che le scuole superiori non formano più precise figure professionali?).
Se queste sono le vere problematiche relative alla scuola, uno stato “ragioniere”, non in grado di pensare in maniera astratta alle problematiche relative all'educazione e alla formazione dell'individuo, ma preoccupato solamente di risolvere situazioni contingenti e perciò non volto al futuro, non può essere la soluzione.
Abbiamo bisogno di una svolta radicale, di slancio rivoluzionario. Piaccia o meno a tutti coloro che sono ancora affetti da cretinismo parlamentare.

Idee in Movimento

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