Si è fatto un gran parlare delle rivolte che hanno infiammato il nord Africa, rivolte “popolari“con il placet e l’aiuto di servizi segreti e reparti speciali di vari Paesi. Un carosello di titoloni e articoli sui giornali, approfondimenti televisivi e speculazioni politiche hanno fatto da contorno a questi avvenimenti. Niente di strano e niente di male; viene solo da chiedersi perché, parallelamente a tutto questo, sia calato un assordante silenzio intorno alle vicende che hanno stravolto la fisionomia socio-politica di un paese europeo, l’Islanda.
Facciamo un passo indietro, nel 2008. La crisi economica mondiale è all’apice, scenari apocalittici si affacciano sul globo come minacciose nubi prima di una tempesta. Importanti banche d’ affari chiudono i battenti, migliaia sono i licenziamenti ma, come al solito, gli unici a pagare sono sempre gli stessi, i cittadini qualunque, la gente della strada come si suol dire, che in strada c’è finita veramente. Dall’altro lato della steccata invece, gli intoccabili, la casta che ha causato la crisi. Per loro solo laute liquidazioni e un pronto reinserimento nel circuito perverso della speculazione finanziaria.
Lo tsunami di questo disfacimento economico non tarda ad approdare anche sulle coste europee. La Landsbanki, principale banca islandese, e, a seguire, gli altri due più grandi istituti di credito, la Kaupthing e la Glitnir, vengono nazionalizzati. Il debito che queste banche avevano contratto con Gran Bretagna ed Olanda ammontava a 3 miliardi e 700 milioni di euro e, dopo un crollo della Borsa del 76%, il Paese fu costretto a dichiarare bancarotta. A questo punto entra in scena il Fondo Monetario Internazionale che elargisce un prestito di 2 miliardi e 200 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici.La tensione sociale aumenta e le continue proteste dei cittadini sotto il Parlamento di Reykjavik provocano,nel marzo 2009, le dimissioni del Primo Ministro Geir H. Haarden.
Il nuovo governo, formato da una coalizione di sinistra, non riesce però a raddrizzare una situazione che pare compromessa. Il 2009 si chiude con un – 7% del PIL. Una legge discussa largamente in Parlamento che determina, tramite il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro, la restituzione del debito a Gran Bretagna e Olanda porta nuovamente la popolazione a scendere in piazza; la somma doveva essere pagata da tutte le famiglie islandesi per 15 anni con un interesse del 5,5%. Si invoca a questo punto a gran voce un referendum atto ad abrogare questa legge. Il NO ottiene un plebiscito pari al 93% dei voti e il FMI blocca immediatamente gli aiuti economici. Il Governo, stretto fra due fuochi, il FMI da una parte e l’ira della popolazione dall’altra, prende una posizione netta contro gli artefici della crisi. Iniziano così gli arresti di diversi banchieri, nomi illustri come Sigurdur Einarsson, ex Presidente della già citata Kaupthing (la seconda banca più importante d’ Islanda) cadono sotto i colpi dell’Interpool che emana un mandato internazionale di arresto contro l’ex uomo d’affari. Sull’onda dell’entusiasmo che sta traghettando la piccola isola fuori dalla crisi, a novembre del 2010 si è eletta una assemblea costituente per riscrivere la Costituzione ricorrendo direttamente al popolo sovrano, 25 cittadini tra i 522 che hanno proposto la loro candidatura (era necessaria solo la maggiore età e l’appoggio di 30 persone) presenteranno dunque al Parlamento un progetto di carta magna sulle basi di questa esperienza. Un altro interessante progetto di legge è quello sulla libertà di informazione, una legge questa che farà del piccolo paese terra dei vikingi, il bunker del giornalismo di inchiesta tramite una protezione delle fonti che garantirà di mettere in rete segreti e notizie di interesse pubblico, dal settore militare passando per quello giudiziario e finanziario.
Chissà che non inizi proprio dall’estremo nord la riscossa dei popoli europei, nel frattempo, buona fortuna Islanda!
Idee in movimento
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