La Grecia si rivela il laboratorio politico più caldo sul fronte europeo. Per un semplice motivo: i riti comunicativi della liberal-democrazia sembrano essere ormai giunti al capolinea. Il dramma economico greco, infatti, evidenzia due scelte di campo storiche: da un lato il ritorno allo stato-nazione, all’autarchia, ad una forma comunitaria e forte di democrazia; dall’altro l’emergere chiaro, senza maschere e in prima persona della tecnocrazia finanziaria internazionale.
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| manifestanti contro la polizia |
Così se Papandreou, cambiati i vertici dell’esercito, si apprestava fino a pochi giorni fa a sostenere un referendum popolare di tipo plebiscitario, sostanzialmente programmato per uscire dall’euro e riconquistare la propria sovranità monetaria, impedendo ulteriori impoverimenti salariali e svendite industriali, le classi dirigenti greche emanazione del sistema bancario globale hanno saputo bloccare il “golpe”, raggiungendo un accordo che suona tanto di inciucio.
Finisce la dinastia dei Papandreou, con l’elezione a premier di Lucas Papademos, ex vice-presidente Bce, alla guida di un governo di larghe intese pronto ad accettare ed organizzare le “riforme” imposte da Bruxelles e Francoforte. La tecnocrazia scende dunque in campo e in prima persona: addio camerieri, da oggi i banchieri si servono da soli.
Ma tutto questo reggerà di fronte al voto popolare previsto fra 5 lunghi mesi? Sorgeranno alternative politiche e comunitarie in grado di reggere l’urto delle misure previste dalla Banca Centrale e di ricostruire così quella sovranità nazionale palesemente oggetto di minacce e terrore da parte degli “agenti speculatori”?
Domande che, vista la situazione italiana, fanno della Grecia un esperimento politico-sociale di estremo rilievo, ovviamente, ben oscurato dai nostri media mainstream.
Idee in movimento

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