La
guerra è sempre stata un business per regni e imperi, democrazie, dittature e
qualsiasi altra forma di Stato; ma nel tempo d’oggi, dominato dal libero
mercato (che poi di libero ha ben poco, visto che tale regime altro non fa che
concentrare il capitale nelle mani di poche corporations), la guerra è
diventata un business anche per compagnie private. Aziende quotate in borsa
che, dall’inizio degli anni 90, stanno facendo veri affari d’oro con i
conflitti bellici presenti su tutto il globo.
È
stato il forte cambiamento negli ultimi decenni della natura stessa della
guerra, nonché la “rivoluzione privatizzatrice” figlia delle politiche
liberiste degli anni ’80, i cosiddetti reaganismo e thatcherismo,
a favorire la libera azione nella sfera economica riducendo l’intervento
statale anche nei gangli vitali della cosa pubblica.
Trovandoci di
fronte ad un comparto industriale relativamente giovane, è difficile ad oggi
quantificare il numero di PMF presenti sul mercato. Se da un lato c’è una
tendenza all’accorpamento di varie aziende, dall’altro lato c’è un costante
incremento di nuove aziende tendenzialmente ridotte nelle dimensioni, specie
nei Paesi dove ancora il controllo e la regolamentazione di questo settore è
carente.
Ma
come avviene il reclutamento in queste aziende private? Con la fine della
guerra fredda e la scarsa remunerazione delle forze armate di quasi tutti i
Paesi, le PMF godono di un continuo flusso di assunzioni. Gli stipendi che
offrono poi sono dalle 2 alle 10 volte superiori a quelli degli eserciti o
delle polizie ufficiali, se poi a questo si aggiunge un trattamento
assicurativo pensionistico di buon livello e la possibilità di divenire
comproprietari dell’azienda tramite formule di stock options l’affare è
presto che servito.
Un’altra
condizione che ha favorito il boom delle aziende militari private è la
struttura leggera e dinamica di quest’ultime. Le PMF non essendo costrette a
tenere sotto contratto un elevato numero di impiegati, si avvalgono
specialmente di personale qualificato disponibile ad incarichi saltuari.
Inoltre questa struttura cosi agile e leggera permette loro di piazzare sedi
nelle situazioni più favorevoli, dato che una lista di potenziali clienti o
impiegati non necessita di essere gestita da un luogo particolare; per di più
sempre più PMF stabiliscono la loro sede nei paradisi fiscali come le Cayman o
le Seychelles avvicinandosi alle tendenze generali dell’economia mondiale.
I
maggiori clienti delle PMF sono individuabili principalmente in due settori: le
ONG (organizzazioni non governative) e le multinazionali. Per quanto riguarda
il primo caso, sono le stesse ONG che ricercano personale privato altamente
specializzato per la difesa dei volontari o i dipendenti e per prevenire
eventuali danneggiamenti o saccheggi delle risorse destinate alle popolazioni
nelle zone di crisi. Nel caso delle grandi multinazionali, specie del settore
industriale estrattivo-minerario, dove bisogna necessariamente estrarre e
trattare il materiale sul posto, e visti i crescenti pericoli in quei Paesi e
la scarsa disponibilità di protezione delle strutture statali locali, sempre
più colossi industriali tendono non solo a servirsi di PMF, ma a integrarle in
maniera più stabile nelle loro attività. Veri e propri eserciti di occupazione
a difesa degli interessi capitalistici. Compagnie private sono state coinvolte
anche nelle tristi vicende dello scandalo di Abu Ghraib, la prigione irachena
teatro di torture e abusi fisici e psichici durante la seconda guerra del
golfo. Le compagnie in questione sono Titan Corporation, specializzata nella
fornitura di traduttori e CACI che usualmente si occupa di information
technology. Alcuni dei loro dipendenti in alcuni casi hanno gestito in
prima persona interrogatori e attività della prigione. E se i responsabili
dell’esercito hanno subito una corte marziale per quanto successo, è probabile
che gli operatori di Titan e CACI non saranno mai giudicati a causa di un vuoto
di legislazione in merito.
Dati bibliografici:
“Mercenari S.p.A.”
Idee
in Movimento
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